Ci sono luoghi in cui il lavoro si vede.
E poi ci sono luoghi in cui il lavoro si sente.
Sono luoghi in cui, entrando, non capisci immediatamente che cosa ti ha colpito.
Non c’è necessariamente qualcosa di straordinario.
C’è un modo di stare.
Un ritmo.
Una cura.
Qualcosa che passa tra le persone e che non è scritto da nessuna parte.
A Novara ho incontrato Daniela, fondatrice di Bakery I Sapori di Nonna Fiordaliso.
Una donna di 62 anni che ha attraversato lavori diversi, una famiglia, perdite, figli, volontariato, scelte economiche non sempre facili.
E che a un certo punto ha scelto il pane.
Non per convenienza.
Anzi.
“Non è stata una scelta economica, tutt’altro. Io ho investito da qualunque parte per questo lavoro.”
Daniela mi racconta che il pane che fanno non può essere veloce.
Usano la pasta madre.
E la pasta madre non corre.
Ha i suoi tempi.
Come ce li hanno le persone.
Al mattino Filippo, il figlio di Daniela, produce il pane con rispetto, cura ed energia.
Daniela prepara la gastronomia, i dolci, ascolta i clienti.
Dice che porta a casa le “vibes”: gli umori, ciò che serve, persino il modo in cui cambia il tempo e con lui quello che le persone hanno voglia di mangiare.
Ma soprattutto osserva.
E quando entra qualcuno, Daniela non vende soltanto qualcosa.
Ascolta.
Una cliente, quel giorno, le dice una cosa che mi rimane impressa:
“Lavorare bene conviene.”
Daniela l’ha accolta con un cenno del viso, l’ha accolta per custodirla dentro.
Non la usa per vantarsi.
Non la trasforma in uno slogan.
La conserva.
Come si conserva una testimonianza importante.
Perché forse è proprio questo che rende particolare questa bottega.
La cura non è soltanto nel prodotto.
È nelle parole.
Nel silenzio.
Negli spazi.
Nel modo in cui le mani chiudono un pacchetto.
Daniela appoggia la mano sul pacchetto prima di consegnarlo.
Lo saluta.
È un gesto piccolo.
Quasi invisibile.
Ma io lo noto.
E mi fermo lì.
Vedo lo spazio di confine tra due mondi: la fine , il vuoto, il nuovo inizio.
Il colore di cui parlo spesso, l’unknow che tanto fa paura.
La liminalità vissuta.
La vita.
Entro e mi accorgo che il luogo è pieno di tracce.
Non è un semplice spazio di vendita.
Ci sono parole scritte, fotografie, oggetti, piccoli segni che raccontano una storia.
Su un foglio rotondo, vicino al laboratorio, leggo:
“Dal nostro laboratorio con cura amore e contentezza.”
E accanto c’è un piccolo sorriso disegnato a mano.
Poi c’è una fotografia antica.
Una famiglia, all’inizio del Novecento.
Poche cose.
Una stanza.
Una donna che cuce vicino a un bambino che legge accanto a un braciere.
Un uomo con la pipa e un bambino sulle gambe.
Un altro bambino poco distante.
E vicino, quasi come un piccolo contrappunto, un cuore di stoffa.
La prima volta che la guardo penso a una famiglia.
Al focolare.
Alla sicurezza.
A quel piccolo spazio raccolto in cui si sta insieme e si va avanti.
Poi scopro che non è la fotografia della famiglia di Daniela.
È una cartolina che ha ricevuto da una sua cliente, Francesca.
Una persona che Daniela non conosce personalmente.
Non saprebbe riconoscerla.
Eppure Francesca ha scelto di mandarle proprio questa immagine.
E sul retro ha scritto:
“Il luogo più bello per il mio cuore.
Grazie per il vostro lavoro silente e bellissimo.
Ogni bene, Francesca.”
Indirizzato a I Sapori di Nonna Fiordaliso.
Mi fermo.
Perché improvvisamente quella fotografia cambia significato.
Non è più soltanto un’immagine di un tempo passato.
È una traccia di ciò che accade oggi.
Qualcuno entra in quel luogo, riceve qualcosa, sente qualcosa e, senza che Daniela lo sappia, decide di restituirglielo.
E penso che forse è anche questo il senso di un lavoro fatto bene.
Non soltanto ciò che produci.
Ma ciò che rimane nelle persone.
Di chi produce (come Daniela e Filippo) e di chi riceve.
Daniela ha scelto un lavoro che le chiede tempo.
E nel suo racconto torna spesso il tema del tempo.
La pasta madre.
L’apprendimento.
L’esperienza.
Le sue figlie che studiano filosofia e psicologia e che, quando possono, lavorano con lei, impastano.
Il figlio Filippo che condivide con lei tutto il processo di preparazione e cottura.
I libri che riempiono la casa.
Il sapere che passa.
Ma che non rimane uguale.
Perché il punto non è ripetere quello che si è sempre fatto.
È portarlo avanti.
Trasformarlo.
Adattarlo.
Continuare a imparare senza perdere ciò che conta.
Forse è una delle forme più concrete di cambiamento che conosco.
Non quella che proclama continuamente di dover cambiare.
Ma quella che rimane dentro il cambiamento.
Che ne sente il movimento.
E impara a cavalcarne l’onda.
La pasta madre non corre.
Ha bisogno di essere nutrita, osservata, mantenuta viva.
E forse è questa la prima cosa che Daniela mi insegna sul lavoro: alcune cose non si possono semplicemente “fare”.
Vanno manutentate.
Un sapere.
Una relazione.
Un’attività.
Anche se nel frattempo cambiano le persone, gli obiettivi, le condizioni.
Manutentare non significa conservare tutto così com’è.
Significa ascoltare.
Aggiustare.
Adattare.
Prendersi cura.
Continuare.
Daniela non mi sembra la persona che è dice d’essere arrivata o d’aver trovato tutte le risposte.
Mi sembra piuttosto una persona che ha vissuto.
Una persona che sa il viaggio continua.
Che ogni giorno, ogni ora, ogni gesto è un momento d’onorare. Una porta consapevole verso il futuro.
Lei mi ha detto che ha fatto scelte.
Che ha attraversato alti e bassi.
Che ha perso qualcosa.
Che ha ricominciato.
E che continua.
Quella che sento in Daniela è una saggezza molto concreta.
Quella che arriva dopo avere attraversato “cose” diverse.
Una saggezza e un esserci che non chiude il mondo in una spiegazione.
Lo lascia aperto.
E forse per questo Daniela ascolta.
Non per rispondere subito.
Per capire cosa sta arrivando.
Daniela mi racconta anche dei clienti.
Delle persone che arrivano di corsa, che hanno fretta, che portano con sé la propria giornata.
E lei, invece, cerca di non farsi trascinare.
“È la loro velocità, non è la mia.”
Questa frase mi rimane.
Perché dice qualcosa che va oltre una panetteria.
Dice della capacità di stare nel proprio centro mentre intorno qualcosa si muove.
Non significa essere immobili.
Significa non confondere il movimento degli altri con il proprio.
Daniela ascolta per capire, non per rispondere.
E dentro questo ascolto arriva una persona intera: con la propria storia, i propri valori, le proprie giornate, le proprie fatiche.
Non sempre arriva qualcuno che sta bene.
Non sempre arriva qualcuno che ha tempo.
Non sempre arriva qualcuno che sa già cosa cerca.
Daniela ascolta e si adatta senza perdere se stessa.
Anche questo, forse, è manutentare.
Restare in relazione con ciò che cambia senza dover cambiare tutto ogni volta.
In questo incontro mi interessa sempre meno il prodotto.
Mi interessa quello che succede nella liminalità, tra il prodotto e chi lo riceve.
Tra Daniela e il/la cliente.
Tra una parola e un silenzio (ricco e denso).
Tra una mano che chiude un pacchetto e la persona che lo porta a casa.
Tra una fotografia antica e una cliente che dimostra genuinamente il suo “grazie” per aver ricevuto forse più di un sano e buono pezzo di pane.
Tra un sapere ricevuto e qualcosa che ancora deve essere inventato.
È quello spazio che mi interessa.
Quello che spesso non viene raccontato quando parliamo di organizzazioni, di lavoro, di cambiamento.
Il colore del campo.
L’aria che passa tra le persone.
Il non detto, che si percepisce se si sceglie di pre-stare attenzione.
Quello che non compare nei processi, nelle procedure, negli organigrammi, eppure spesso determina ciò che succede davvero.
È una dimensione difficile da misurare.
Ma non per questo meno concreta.
Anzi.
A volte è proprio quella che tiene insieme il resto.
Molto spesso è l’evidenza che mi fa dire “ok, adesso ho tutti i dati che mi servono”
Penso che la vera sfida di Daniela, come sulla vita anche nel lavoro, non sia necessariamente un’altra panetteria o l’esterno incontrollabile.
Sia piuttosto Daniela di ieri.
Quanto riesce, ogni giorno, a fare un passo avanti senza perdere ciò che l’ha portata fin qui?
Quanto può riscoprirsi in cammino senza smettere di essere umana?
Quanto può affrontare la parte imprenditoriale, economica, concreta del lavoro senza lasciare indietro il senso della sua prosenza?
Forse il cambiamento è anche questo.
Non scegliere tra umanità e risultato.
Ma imparare a farli stare nello stesso spazio, quello del nostro cammino.
E forse è per questo che le persone tornano.
Non soltanto per il pane.
Tornano per un’esperienza.
Perché riconoscono qualcosa.
Un modo di stare.
Una qualità della relazione.
Una forma di autenticità che non ha bisogno di essere dichiarata.
Questo incontro mi ha ricordato ancora una volta che una persona sul lavoro può essere raccontata anche attraverso le sue tracce.
Le mani.
Le parole.
Gli oggetti.
I gesti.
Il modo in cui organizza uno spazio.
Il modo in cui accoglie qualcuno.
Il modo in cui attraversa una difficoltà.
Il modo in cui continua a imparare.
Ci sono persone che, entrando in un luogo, lasciano un’immagine di sé.
E ce ne sono altre che lasciano una presenza nel campo.
Un insieme di piccoli segnali che, messi uno accanto all’altro, raccontano molto più di una fotografia, di un grafico perfetto o di un report.
Ci sono momenti e informazioni che senti col corpo.
Il modo in cui una persona ascolta.
La pausa prima di rispondere.
Il modo in cui una mano chiude un pacchetto.
La sensazione che si crea quando qualcuno entra in un luogo e, per qualche minuto, si sente accolto.
È una parte del lavoro che spesso non ha un nome.
Eppure c’è.
È nello spazio tra le persone.
Nel non detto.
Nel ritmo con cui ci si incontra.
Nelle piccole regolazioni che facciamo continuamente senza rendercene conto.
È quello che io chiamo il colore del campo. Una delle evidenze più spesso tralasciate quando si vive in un posto di lavoro, e non.
Una dimensione difficile da esplicitare in un processo, in una procedura o in un organigramma.
Una dimensione da vivere e apprendere, per acquisire e incorporare in noi in modo umano.
Quello che chiamo questo “sistema informativo sapiente” è capace di cambiare profondamente il modo in cui un sistema funziona.
In Daniela ho ritrovato questo colore, come lo hanno trovato e ritrovato i suoi clienti.
Ma ho trovato anche qualcosa di più.
La possibilità di manutentare.
Di continuare a prendersi cura di ciò che conta mentre cambiano le persone, le condizioni, gli obiettivi, la vita.
Non conservare.
Non resistere al cambiamento.
Non ricominciare ogni volta da zero.
Manutentare.
Ascoltare.
Aggiustare.
Imparare.
Lasciare andare qualcosa.
Tenere qualcosa.
E andare avanti.
Forse è questo che mi porto via da questa bottega.
Che un sapere non è vivo perché rimane uguale.
È vivo perché qualcuno continua a prendersene cura.
E che, a volte, il modo più potente di trasmettere qualcosa non è insegnarlo.
È mostrarne la possibilità.
Concretamente.
Nella propria vita.
Nel proprio lavoro.
Un giorno dopo l’altro.
Site made by MDESIGN