A Bolzano, passando davanti a una piccola sartoria, ho incrociato lo sguardo di un uomo.
È durato un attimo.
Ma a me è bastato.
Accade così tra chi parla la stessa lingua, la stessa coerenza nell’esprimere la propria fiamma interiore.
Non sapevo chi fosse. Non sapevo da dove venisse, da quanto tempo facesse quel lavoro, cosa ci fosse dietro quelle macchine da cucire, quei fili, quei tessuti.
Ho notato subito che non c’era noia in quel luogo.
Poi ho pensato:
Qui c’è qualcosa di audacie, qui c’è azione.
Esprimere a parole quello che ho provato in quel momento forse funziona con la metafora del torrente che scorre calmo in superficie, ma è profondo e imperterrito nelle sue profondità.
Qualcosa di autentico.
Di energetico.
Di creativo.
Qualcosa che ha a che fare con la passione insomma.
E così sono entrata.
Lui si chiama Firooz.
E dopo aver parlato con lui ho capito che quello che avevo percepito in quel mezzo secondo non era un’impressione casuale.
Era lì.
Nella calma e gioia con cui mi raccontava la sua storia.
Nella delicatezza con cui parlava delle persone.
Nella professionalità con cui narra del suo mestiere.
E soprattutto negli occhi che gli brillavano quando parlava di ciò che fa.
Firooz mi ha raccontato che a volte arriva al negozio prima dell’orario di apertura.
E che, se non ha altro da fare, rimane anche dopo.
Perché gli piace lavorare.
«Mi piace come lavoro. Proprio mi diverto quando lavoro, mi diverto.»
E poi:
«Per me è un piacere .»
Questa cosa l’ho capita immediatamente.
La capisco io.
La capiscono, credo, molte delle persone che hanno trovato nel proprio lavoro non soltanto una professione, ma uno spazio in cui essere pienamente se stesse e dare il loro contributo a qualcuno.
Non è semplicemente lavorare tanto.
È avere voglia di arrivare nel proprio luogo.
Aprire.
Accendere le luci.
Mettere le mani sulle proprie cose.
Riprendere un filo interrotto il giorno prima.
Fare qualcosa che senti tuo e che, attraverso di te, può diventare utile anche agli altri.
Forse è questo che significa, in fondo, appartenere ad un luogo, in questo caso uno spazio di creazione lavorativa.
Firooz ha iniziato a fare il sarto quando era bambino.
Aveva circa cinque anni quando il fratello maggiore lo portava in un laboratorio dove lavoravano entrambi producendo capi in serie.
È cominciato tutto lì.
Quasi per caso mi ha detto con poche parole.
Poi è successo che c’è stato il tempo, per così dire.
L’esperienza.
L’apprendimento.
Il lavoro.
Il passaggio dal Pakistan all’Iran, un negozio aperto con il fratello, e poi l’arrivo in Italia.
Mi ha raccontato tutto con una calma quasi disarmante. Come se stesse raccontando di piccoli fatti, piccole cose.
Nessuna costruzione della propria immagine.
Nessun bisogno di mostrarsi più forte degli altri, più resistente degli altri.
Nessun racconto della strada facile.
Anzi.
La sua storia parla di strada nel senso più concreto possibile.
Ha viaggiato. Ha lavorato. Ha imparato. Ha ricominciato.
E forse per questo, quando parla della vita e del lavoro, non cerca scorciatoie.
Sa che ci sono salite.
Forse sa anche che nella vita ce ne sono più di quante immaginiamo o speriamo.
E che una strada appagante non è necessariamente una strada facile.
Nel suo laboratorio ci sono macchine da cucire, fili, tessuti, strumenti.
E mani.
Mani che hanno imparato.
Firooz sa riparare, modificare, rifare.
Sa partire da un’immagine e creare un capo.
Ha lavorato con il teatro, con costumi medievali e con produzioni cinematografiche.
Ma la cosa che mi interessa di più non è quello che riesce a produrre.
È quello che riesce a percepire.
Nel suo silenzio c’è molto rispetto, interesse e ascolto.
Un tessuto che non va bene.
Una cucitura fatta in un certo modo.
Un materiale che richiede una determinata lavorazione.
Una modifica che obbliga a trovare una soluzione nuova.
Mi ha spiegato che, con l’esperienza, si può arrivare a riconoscere il modo in cui un abito è stato realizzato anche senza guardare l’etichetta. La cucitura, il tessuto, la lavorazione raccontano qualcosa.
E questa, come ben sappiamo, è una conoscenza che non sta tutta nei manuali.
È conoscenza incorporata, vissuta, accolta con quel rispetto con cui Firooz accoglie pezzi di stoffa da ricucire.
È corpo.
È tatto.
È occhio.
È memoria delle mani.
È esperienza che, dopo tanti anni, diventa una forma di sensibilità da riusare.
Nella fotografia che ho scattato c’è un gesto minuscolo: Firooz che infila il filo nell’ago della macchina da cucire aiutandosi con una pinzetta.
La prossima volta che mia mamma mi chiederà di aiutarla ad inserire il filo nell’ago prima di usare la macchina da cucire sfoggerò questo piccolo stratagemma da condividere.
Comunque, per me, in quel breve atto performativo c’è tutto.
Tempo.
Precisione.
Pazienza.
Esperienza.
Corpo.
Poi abbiamo parlato dei giovani.
Firooz mi ha detto che adesso le cose non sono come quando ha iniziato lui.
È tutto diverso, come se mancasse qualcosa.
Nel laboratorio lavora anche un ragazzo che ha imparato il mestiere dal padre, che aveva una sartoria in Kurdistan. Lui e Firooz si sono incontrati quando il ragazzo è passato dalla sartoria cercando lavoro. Hanno parlato, provato a lavorare insieme e Firooz ha riconosciuto in lui esperienza e passione.
Gli chiedo che cosa serva per imparare davvero.
E qui gli occhi gli brillano.
Parla di tempo e voglia di sbagliare.
Di esperienza.
Di osservazione.
Di tentativi.
Di entusiasmo.
Dice che molti giovani oggi hanno poca pazienza. Vorrebbero arrivare subito all’ultimo livello, saltare i passaggi, essere già pronti.
Hanno fretta, come se qualcuno li stesse a rincorrere.
Per lui, invece, bisogna stare lì, osservare, imparare, metterci del (giusto aggiungo io) tempo, provare.
E mentre parla non sento giudizio.
Sento amore per quel mondo.
È come se, nelle sue parole, si aprisse una stanza piena di luce.
Una stanza fatta di professionalità, sì.
Ma anche di gentilezza.
Di pazienza.
Di entusiasmo.
Di possibilità.
E di una forza particolare.
Una forza che non ha bisogno di alzare la voce, come il fiume calmo scorre piacevolmente in superficie.
La sensibilità di questo sarto mi ha colpita.
Non ho mai colto nelle sue parole un tentativo di descriversi come bravo.
Forte.
Migliore.
Non l’ho mai sentito cercare la strada breve.
O quella facile.
Ho sentito piuttosto concretezza. Ma di quelle concretezze che arrivano da lontano, dal tempo che ha accolto e fatto spazio di esperienze forti, vivaci, dure e dolorose quanto affascinanti e belle.
E una fiducia tranquilla nel percorso.
Forse anche per questo, guardandolo lavorare, ho pensato alla strada che ha fatto.
Non solo quella tra Pakistan, Iran e Italia.
Anche quella dentro il mestiere.
Dall’infanzia.
Dalla prima macchina da cucire.
Dalle mani che imparavano.
Fino a oggi.
Mi è sembrato di trovare nel suo negozio una forza delicata, e molta bellezza.
Non so quanto venga dalla sua terra natia e quanto dalla sua storia personale.
Ma in quel piccolo spazio ho sentito qualcosa che, a me, ha ricordato i colori dell’Oriente.
Luce.
Colore.
Movimento.
Calore.
Come se alcuni fili di tessuto, quando passano attraverso mani nobili e sapienti, potessero restituire al mondo qualcosa di più del semplice oggetto che diventano.
A un certo punto arriva una signora.
E improvvisamente la nostra chiacchiera si interrompe ma al tempo stesso prosegue.
Assisto inaspettatamente a un momento nuovo, di relazione e dialogo tra due persone prima ancora che tra cliente e negoziante.
Cominciano a parlare.
E io ho quasi la sensazione di essere al bar.
Non c’è quella distanza fredda tra cliente e professionista.
Non c’è solo:
Che cosa devo farle? Quanto costa? Quando è pronto?
C’è familiarità.
C’è abitudine.
C’è una relazione che evidentemente esiste già.
La signora è lì con un vestito da riparare, ma prima ancora di parlare del vestito si parla.
E io penso:
Ecco.
Forse una bottega è anche questo.
Un luogo in cui si torna.
Un luogo che entra nella vita quotidiana.
Un posto dove qualcuno sa fare bene qualcosa, ma nel quale nel frattempo succede anche altro.
Si scambiano parole.
Si costruiscono relazioni.
Si mantiene un’abitudine.
Quasi come andare a prendere un caffè.
Solo che qui, invece della tazzina, sul tavolo c’è un vestito e ci sono due persone che dialogano.
E qualcuno lo guarda, lo tocca e sa già che cosa può diventare.
Un cammino che non finisce mai, quello di Firooz e quello del vestito stesso.
Forse è questa la parola che mi porto via da quella sartoria:
calore e presenza.
Calore nelle relazioni con le persone.
Con i clienti.
Con chi lavora accanto a te.
Ma anche con gli oggetti.
Con il tessuto che hai tra le mani.
Con il vestito di qualcuno.
Con qualcosa che non hai creato tu, ma che ti viene affidato perché tu possa modificarlo, aggiustarlo, restituirgli una nuova vita.
È una forma di rispetto.
Per la persona.
Per il materiale.
Per il lavoro.
Per il proprio mestiere.
E qui, tutto d’un tratto, penso anche al mondo delle ricerca industriale, così come al lavoro negli uffici.
A quei concetti che incontriamo nei bandi, nei progetti, quando parliamo di creatività, bellezza, lavoro agito, esperienza sensoriale, conoscenza incorporata.
Parole che sulla carta possono sembrare astratte.
Poi entri in una sartoria.
E le vedi.
Le tocchi.
Le ascolti.
Sono lì.
In una mano che tende un tessuto.
In un occhio che riconosce una cucitura.
In una persona che inventa una soluzione perché quella precedente non funziona.
In qualcuno che continua a imparare dopo decenni.
Oggi Firooz vive a Bolzano.
La sua clientela è bolzanina.
Il suo lavoro è diventato parte di quella città e di quell’ecosistema multiplo.
E questa cosa mi piace moltissimo.
Perché forse il Made in Italy non è soltanto qualcosa che nasce dentro un confine.
Può essere anche qualcosa che si mescola, si contamina, si rigenera.
Che attecchisce in tutta la sua bellezza rigenerante.
Una competenza arriva da lontano.
Una storia attraversa Paesi.
Una persona porta con sé gesti, sensibilità, esperienza.
E poi incontra un luogo nuovo.
Nuovi clienti.
Nuove esigenze.
Nuove relazioni.
E qualcosa accade.
Non si perde necessariamente ciò che c’era prima.
Può trasformarsi.
Può diventare altro.
Può diventare anche nostro.
Sono entrata in quella sartoria perché ho visto qualcosa negli occhi di un uomo.
Poi ho incontrato le sue mani.
La sua storia.
Il suo lavoro.
La sua calma.
La sua passione.
La sua idea di imparare diventando, o diventare imparando.
E alla fine ho visto entrare una cliente.
È stato come vedere il cerchio chiudersi nel giro di una ventina di minuti.
Un viaggio anche per me.
Gli occhi all’inizio.
Le mani nel mezzo.
Le relazioni alla fine.
Una persona, un mestiere, degli oggetti, una comunità.
Tutto in movimento.
Forse è questo che mi interessa quando incontro queste persone.
Non raccontare semplicemente un mestiere.
Ma cercare di riconoscere la vita che passa attraverso il lavoro.
La creatività.
La bellezza.
Il sudore.
I viaggi.
La fatica.
La pazienza.
La competenza.
La possibilità di sbagliare e ricominciare.
La passione che, invece di consumarti, ti ricarica.
E quella strana cosa che succede quando una persona trova il proprio posto:
arriva la mattina presto perché vuole esserci.
Ha scelto di esserci.
Perché quello è il suo spazio. Il suo cammino.
Il suo modo di essere se stesso.
Il suo modo di dare qualcosa agli altri.
Firooz mi ha ricordato che usare le mani non significa soltanto saper fare.
Significa anche saper sentire e aprirsi al nuovo.
E forse fare bene qualcosa, alla fine, è proprio questo:
usare mani e cuore con sapienza.
Con rispetto di sé.
Con rispetto degli altri.
Con rispetto dell’oggetto che hai tra le mani.
E lasciare che la bellezza, invece di restare sempre uguale come siamo abituati, si metta in movimento.
Ci sono persone che non hanno bisogno di dirti quanto sono brave.
Ti basta incontrare i loro occhi.
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