Prima di progettare qualcosa di nuovo, forse dovremmo imparare a vedere ciò che abbiamo già.
Da un’improvvisata chiacchierata a pranzo in Alto Adige mi è rimasta una frase.
È rimasta lì perché, mentre la ascoltavo, ci ho visto un parallelo con il mio lavoro: vedere e dare valore a ciò che normalmente scartiamo.
La persona con cui parlavo è un’architetta che lavora in Italia e insegna anche in un’università in Svizzera. Parlando del più e del meno, mi ha raccontato cosa significa, per lei, fare l’architetta.
E quando le ho chiesto nello specifico che cosa facesse davvero un architetto, mi ha parlato della condizione preesistente, dell’ as-is (si direbbe in certi ambienti del digitale) da salvaguardare.
Non necessariamente un terreno vuoto sul quale costruire qualcosa di nuovo, ma qualcosa che esiste già: uno spazio, una struttura, dei materiali, dei vincoli, una storia.
E allora il progetto diventa la ricerca della condizione migliore possibile a partire da ciò che c’è, per chi c’è già.
Il riuso, in questo senso, non è un ripiego.
È una scelta progettuale ben precisa e consapevole aggiungo.
Qualche giorno prima avevo fotografato una staccionata durante la mia vacanza di quest’estate in Alto Adige. Legni e rami utilizzati per tenere insieme altri legni, invece di ricorrere a qualcosa di nuovo o a un materiale industriale. Una soluzione semplice, quasi ovvia per chi ci vive, che utilizzava ciò che il luogo aveva già a disposizione.
Poi, qualche settimana dopo, mi sono trovata davanti al Museion di Bolzano e ho fotografato un’altra staccionata. Ancora legno, ma questa volta legato con il filo di metallo, in un contesto completamente diverso: la città, un museo, un ambiente progettato e contemporaneo.
Non so se ci sia una vera lezione architettonica in queste due immagini. Forse non serve nemmeno trovarla.
Mi piace semplicemente guardarle insieme.
Perché mostrano come la soluzione possa cambiare quando cambia la condizione.
In alta quota il legno dialoga con il paesaggio e con ciò che è disponibile.
Davanti a un museo, lo stesso materiale incontra il metallo, l’architettura, l’arte, la città.
Non esiste una soluzione buona in assoluto.
Esiste una soluzione che può funzionare in quella condizione.
E questo mi ha riportata di nuovo al mio lavoro.
In natura possiamo parlare di legno.
In architettura, oggi, di materiali, tecnologie, strutture e strumenti sempre più complessi.
Nel mio lavoro parlo di persone, valori, a volte anche di “più che umani”.
Di talento.
Di passione.
Di esperienza.
Di conoscenza tacita. Di quel non so che ci parla da solo ed evidenzia la strafa giusta da seguire. Di quella particolare energia interiore che porta qualcuno a prendersi cura di ciò che fa, a trovare una soluzione che non era prevista, ad anticipare il rientro dalla pausa o a rimenere più a lungo con gli altri per far funzionare qualcosa.
E anche di quella condizione che permette a tutto questo di emergere: la possibilità di sbagliare, sperimentare, imparare.
La sicurezza psicologica, per esempio.
O quella logica del Minimum Viable Product che nelle startup invita a non aspettare la soluzione perfetta prima di agire: fai, osserva cosa succede, sbaglia, impara, modifica, riprova.
In fondo, c’è qualcosa di sorprendentemente vitale in questo modo di lavorare.
Si guarda ciò che accade nel presente.
Si ha la responsabilità di provarci, anche se sbagliando, tanto è tutto una lezione per progredire ed avvicinarsi al miglioramento.
Non si pretende di avere già la risposta.
Si fa con quello che si ha.
Si impara da ciò che succede.
E si continua a progettare.
Forse è anche per questo che, a differenza delle piccole realtà, nelle organizzazioni più grandi, qualcosa rischia di perdersi.
Quando si cresce, il fuoco può progressivamente spostarsi dall’interno verso l’esterno: la competizione, il mercato, il benchmark, ciò che fanno gli altri, la necessità di essere più veloci, più grandi, più innovativi.
E mentre guardiamo continuamente fuori, rischiamo di smettere di guardare dentro.
Di dimenticare la passione, il sogno di chi lavora con noi.
L’energia che muove un intero gruppo di persone.
La vita quotidiana, la collaborazione che permette alle cose di accadere.
Le piccole soluzioni che qualcuno ha inventato senza che nessuno gliele avesse chieste.
Il sapere che si è sedimentato negli anni.
Tutto ciò che esiste già e che, proprio perché è diventato parte della normalità, si tende a non vedere. Si smette di valorizzare, purtroppo.
Credo che negli ultimi decenni molti professionisti, e ambienti di lavoro, abbiano interiorizzato un’idea di progettazione che assomiglia molto al nostro modo di consumare.
Abbiamo qualcosa che non funziona perfettamente?
Lo sostituiamo al volo.
Abbiamo un processo che non funziona?
Ne introduciamo uno nuovo, togliendoci subito il pensiero del precedente.
Abbiamo una tecnologia che non viene utilizzata come previsto?
Cambiamo tecnologia.
Abbiamo un’organizzazione che attraversa una fase di cambiamento?
Progettiamo un nuovo modello organizzativo.
Come se progettare significasse necessariamente aggiungere.
Ma cosa succederebbe se il primo gesto progettuale fosse invece togliere dalla nostra attenzione l’idea di “nuovo” e guardare meglio ciò che è già presente?
Perché nelle organizzazioni c’è moltissimo materiale preesistente.
Ci sono persone che conoscono il lavoro profondamente.
Relazioni che, pur non essendo scritte da nessuna parte, permettono alle cose di funzionare.
Soluzioni inventate sul campo.
Competenze che non compaiono nei job title.
Piccoli adattamenti quotidiani.
Errori trasformati in esperienza.
Conoscenze che nessun manuale riesce davvero a contenere.
E soprattutto c’è quella forma di sapere e intelligenza che si costruisce facendo, toccando, percependo, vivendo col corpo.
Un sapere situato, radicato nelle pratiche e nell’esperienza vissuta, respirata mi piace dire.
Non è necessariamente un sapere che diventa esplicito perché qualcuno lo racconta.
Anzi, spesso accade il contrario.
Lo riconosciamo quando vediamo il risultato.
Qualcuno da fuori osserva come funziona un gruppo, come viene risolto un problema, come una persona riesce a tenere insieme cose apparentemente incompatibili, e ci fa notare qualcosa che per chi lo fa è diventato semplicemente normale.
È lì che una pratica può diventare visibile.
Non perché finalmente abbiamo trovato le parole giuste per descriverla, ma perché qualcuno riesce a vedere ciò che quella pratica produce.
E allora possiamo iniziare a interrogarci su quale speciale compentenza ci sia dentro.
Penso al Post-it. L’esempio che riporto da 16 anni a questa parte.
Chi lo produce immagina che venga utilizzato per prendere una nota e attaccarla da qualche parte.
Io, invece, qualche volta lo piego e lo infilo sotto un tavolo traballante per stabilizzarlo.
È un esempio banale, non mi stanco neanche di riproporlo e funziona sempre bene.
E sopratutto dice moltissimo di come funzionano le cose nel mondo reale.
Una tecnologia viene progettata per un determinato uso.
Le persone la riusano.
La modificano.
La adattano.
La combinano con qualcos’altro.
La fanno funzionare dentro una situazione concreta.
E in questo scarto tra ciò che era stato progettato e ciò che le persone fanno realmente nasce una forma di conoscenza.
Una conoscenza che non è necessariamente scritta, né insegnata.
È negoziata nelle pratiche.
Si costruisce tra le persone, nel gruppo, attraverso tentativi, aggiustamenti, errori e soluzioni temporanee.
E rimane finché serve.
Poi cambia.
Si sposta.
Viene abbandonata.
Viene reinterpretata.
Viene vissuta giorno dopo giorno.
Come nella natura: una cosa rimane finché contribuisce a tenere insieme l’equilibrio del sistema. Se invece diventa un ostacolo, può essere spostata, trasformata, sostituita. Mai negata però, mai messa sotto il tappeto.
Non c’è necessariamente un attaccamento alla forma originale.
C’è attenzione a ciò che permette all’ingranaggio di funzionare.
È questo, forse, il punto che mi ha fatto incontrare idealmente il lavoro dell’architetta con il mio.
Se l’architetta parla di riuso degli spazi e dei materiali, io penso al riuso sociale delle tecnologie, delle strutture organizzative, degli strumenti e delle pratiche lavorative.
Non perché le persone “usino male” ciò che è stato progettato.
Ma perché ogni progetto entra inevitabilmente in un mondo che esiste già, in un frame ben preciso che contiene quel momento, quella condizione.
E quel mondo lo trasforma.
La tecnologia incontra le pratiche.
La procedura incontra l’esperienza.
Il processo incontra le relazioni.
Il progetto incontra le persone.
E le persone (inteso come utenti quotidiani) fanno qualcosa che nessun progettista può prevedere completamente:
danno senso a ciò che ricevono e lo trasformano per poterlo utilizzare.
Per questo, nei progetti di cambiamento, mi interessa sempre meno partire dalla domanda:
“Qual è la soluzione che dobbiamo introdurre?”
e sempre di più da un’altra:
“Che cosa sta già funzionando qui?”
E subito dopo:
“Che cosa stanno già facendo le persone che rende possibile il lavoro?”
Perché forse il vero spreco nelle organizzazioni non è soltanto quello di risorse materiali, innnegabile.
È quello di conoscenza e intelligenza.
Persone che sanno fare e non trovano il loro posto nel mondo.
Esperienze che non diventano patrimonio collettivo.
Pratiche efficaci che rimangono invisibili.
Talenti utilizzati solo in minima parte.
Progetti precedenti considerati fallimenti e quindi dimenticati, invece di essere riletti come evidenze.
Fin dagli inizi della mia attività di ricerca sono stata convinta che il designer non sia (solo) la persona laureata in Design o similari, ma anche e sopratutto chi mette mano all’oggetto quotidianamente, chi lo manipola dandogli senso e facendolo suo. Chi va oltre un job title e genera “in pratica” un sapere professionale in perfetto stile mvp.
C’è una frase che avevo inserito in una mia ricerca di una decina d’anni fa e che oggi mi ritorna in mente con un significato diverso:
“È solo vivendo un’esperienza di comunicazione totale con gli altri e sviluppando una capacità di accettazione delle loro diversità che si può configurare un progetto comune e non solamente condiviso in cui ciascuno feconda gli altri con quella piccola parte di conoscenza che possiede e viene da loro fecondato.”
Un progetto comune, non semplicemente condiviso.
Forse è proprio questa la differenza che mi arriva in questi giorni di riflessione.
Un progetto condiviso può essere un progetto che abbiamo tutti approvato.
Un progetto comune nasce invece dall’incontro tra ciò che ciascuno sa, vede, pratica e porta con sé.
Non parte da un foglio bianco, o da un numero da raggiungere.
Parte da una condizione preesistente e da una direzione comune che ne permette il raggiungimento.
E la condizione preesistente non è il problema da risolvere prima di poter cominciare a progettare.
È il “materiale” stesso del progetto.
È anche da qui che fondo il mio lavoro.
Dall’idea che, prima di cercare nuove soluzioni, possiamo cercare evidenze di ciò che le persone sono già capaci di fare. E rafforzare quelle reti sociali, in vista di nuove sfide.
Non evidenze astratte.
Non soltanto benchmark, framework, best practice o soluzioni importate da altri contesti.
Evidenze del fare, in situ.
Ciò che le persone hanno imparato.
Ciò che hanno inventato.
Ciò che hanno modellato in loco.
Ciò che continuano a fare anche quando il processo ufficiale dice altro.
Ciò che funziona, magari senza che nessuno lo abbia ancora chiamato “buona pratica”.
E qui il mio lavoro diventa anche un lavoro di osservazione e divulgazione, per lavorare in team.
Guardare.
Riconoscere.
Rendere visibile.
Non per trasformare immediatamente ciò che vedo in un metodo da replicare, ma per capire quale sapere sta facendo funzionare quella situazione.
Perché una pratica non è necessariamente buona perché può essere trasformata in una procedura.
È interessante perché ci racconta qualcosa di come quel sistema riesce a stare in piedi.
E questo sapere, una volta reso visibile, può essere riusato.
Da altre persone.
In altre situazioni.
In altri modi.
Forse è questa la forma di innovazione che mi interessa sempre di più.
Non inventare necessariamente qualcosa che prima non esisteva.
Ma vedere possibilità dentro ciò che già esiste.
La sostenibilità, allora, non riguarda soltanto ciò che costruiamo.
Riguarda anche ciò che scegliamo di non buttare via.
Nemmeno quando si tratta di conoscenza.
Nemmeno quando si tratta di esperienza.
Nemmeno quando si tratta di talento.
Perché a volte il valore di un’organizzazione non è quello che ancora non possiede.
È quello che possiede già, ma che non ha ancora imparato a vedere.
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