La leadership non è avere tutte le risposte. È sapere anche con chi trovare il modo di andare avanti.
Ci sono persone che incontri per un’intervista e dopo pochi minuti ti accorgi che, in realtà, non stai intervistando qualcuno.
Stai entrando per un po’ dentro un sistema.
È quello che mi è successo a Trento, parlando con Michele.
Conosco la sua attività da molti anni. Avevo comprato delle sue torte quando vivevo a Trento, quando ancora non conoscevo la storia che c’era dietro quel laboratorio.
Oggi quell’attività ha dieci anni.
Sono entrata per ascoltare una storia di cucina.
Sono uscita pensando alla leadership.
Ma anche alla famiglia.
Alla disciplina.
Alla responsabilità.
Alla relazione.
E soprattutto a una frase che Michele ripete spesso parlando del futuro della sua attività:
“Dobbiamo trovare il modo.”
Michele ha iniziato quasi per gioco.
A diciassette anni la sua prima compagna gli regala un libro di ricette di pasticceria vegana e comincia a dedicarci tempo, a scoprirsi nell’impastare.
Pomeriggi passati a cucinare.
A sbagliare.
A riprovare.
Poi Berlino.
A diciotto anni parte e cerca lavoro porta a porta.
Entra in un piccolo panificio e comincia a lavorare di notte.
Poi torna in Italia.
Lavora in ufficio e, nel frattempo, passa quasi dieci weekend a Milano per frequentare una scuola di cucina vegana e macrobiotica.
Non c’è un grande piano strategico all’inizio.
C’è una sequenza di esperienze, che mi ricordano i miei “Wow Moments” ad essere sincera.
Curiosità.
Tentativi.
Persone incontrate.
Cose provate sulla propria pelle.
E a un certo punto quella che sembrava una serie di deviazioni prende una direzione.
Non è un lavoro scelto a caso.
È qualcosa che gli piace fare.
E questa cosa, parlando con lui, si sente.
Non come una dichiarazione di principio.
Come scelta nel flow.
Come attitudine.
Come modo di stare dentro le cose, le sue cose.
C’è però una cosa che Michele dice quasi con stupore:
«Com’è possibile che siano già passati 17 anni da quando ho scelto di non mangiare più nessun prodotto animale? È stata la scelta più bella che ho fatto nella mia vita. Pensare di averla fatta 16 anni fa mi riempie il cuore di gioia.»
Al di là dei numeri, che nella sua storia cambiano anche in base al momento in cui ne parla, quello che mi colpisce è la forza con cui parla di quella scelta.
Perché allora capisco che forse il punto non è soltanto il cibo.
Il pane, la pasticceria, la cucina, le ricette sperimentate da ragazzo, il lavoro a Berlino in un piccolo forno: sono stati i modi attraverso cui quella scelta ha trovato una forma concreta.
Ma sotto c’era già qualcosa di più profondo:
un obiettivo scelto e poi perseguito nel tempo.
E forse è proprio questo che vedo oggi nel suo modo di lavorare.
Non l’idea di avere tutto chiaro.
Non la pretesa di sapere sempre come fare.
Ma la disponibilità a dire:
“Questa è la direzione. Adesso troviamo il modo.”
Una persona sceglie qualcosa che per lei ha valore.
Poi incontra difficoltà, cambiamenti, costi, errori, stanchezza.
E non abbandona necessariamente la direzione.
Cerca un altro modo per continuarla.
Perché la passione, da sola, non basta.
L’impresa cresce.
Arrivano nuovi spazi.
Investimenti.
Collaborazioni.
Costi.
Imprevisti.
Un affitto importante da sostenere.
Un frigorifero che si rompe.
Un frullatore da riparare.
Una settimana di pioggia che significa centinaia di euro di incassi persi ogni giorno.
Michele me lo racconta con una concretezza che mi piace.
Non c’è la retorica dell’imprenditore che deve essere sempre positivo.
Quando qualcosa va male, si arrabbia.
Si sfoga.
Si lascia anche andare.
Per un’ora.
Poi basta.
Perché, dice:
«Se io non mi metto a lavorare, nessuno lo fa al posto mio.»
È una frase semplicissima.
È una frase potentissima tanto è vera.
Lì dentro c’è una parola che nel lavoro utilizziamo continuamente e che spesso rimane astratta, quasi senza esempio hai quali ispirarci:
responsabilità.
Per Michele non significa non avere paura.
Non significa non soffrire.
Non significa raccontarsi che va tutto bene.
Significa ascoltare quello che succede dentro di sé e poi tornare a fare quello che c’è da fare.
E qui arriva una frase che mi ha detto essere di suo padre:
«Un anno è 365 giorni, non è un mese.»
Mi sembra un’efficace forma di educazione alla resilienza.
Non perché bisogna resistere a tutto.
Ma perché un giorno non è l’intera storia.
Questa frase, però, è quella che mi è rimasta più impressa.
Nel senso che mi ha risuonato dentro, trovando uno spazio calmo e generativo anche dentro di me. Mi piace quando trovo questa risonanza con gli altri.
Michele comunque usa questa frase come un pendolo interiore, parlando di tutto.
Di come aumentare gli incassi.
Di come sostenere i costi.
Di come dare uno stipendio migliore alle persone.
Di come organizzare il lavoro.
Di come trasformare il bistrot.
Di come costruire il futuro dell’azienda.
Non dice:
“Vediamo cosa fanno gli altri.”
Non dice:
“Troviamo una soluzione già pronta.”
Dice:
“Dobbiamo trovare il modo.”
Ha parlato al plurale, ha parlato di un eccellenza che in qualche modo affronta le sfide quotidiane senza rifuggirle, ma con onestà.
Sono differenze lievi solo in apparenza.
Perché significa assumersi la responsabilità di cercare una strada.
Non necessariamente conoscerla già.
Non avere tutte le risposte.
Ma mettersi al lavoro per trovarle.
E soprattutto farlo insieme.
Perché quel “dobbiamo” è importante quanto il “trovare il modo”.
Non è soltanto una questione di ciò che deve fare il titolare.
È una squadra che deve capire come procedere.
Come una barca in mezzo al mare: qualcuno avrà la responsabilità della rotta, ma il viaggio non si fa da soli.
Questa è una delle cose che mi ha colpito maggiormente del suo modo di lavorare.
Michele parla con le persone della situazione reale dell’azienda.
Dei costi.
Degli obiettivi.
Degli investimenti.
Dei problemi.
Di quanto è stato difficile arrivare fin lì.
Di quello che bisogna ottenere per poter pagare meglio le persone.
Dice loro, in sostanza:
“i soldi non arrivano da una sede lontana. Siamo noi.”
E questa trasparenza non è soltanto informazione.
È uno strumento di responsabilizzazione autentica, autorevole anche in questo caso.
Se vuoi che una persona si senta parte di un’organizzazione, non puoi darle soltanto compiti.
Devi permetterle di vedere il sistema dentro cui quei compiti hanno senso.
Quanto costa.
Cosa funziona.
Cosa non funziona.
Dove stiamo andando.
E soprattutto:
che cosa possiamo fare insieme per arrivarci.
È qui che la leadership smette di essere una posizione gerarchica e diventa una pratica.
Nel suo team c’è spazio per l’errore.
Si può sperimentare.
Si può provare una strada.
Si può proporre qualcosa.
Nessuno muore se una cosa non funziona.
Ma la libertà non significa assenza di responsabilità.
Anzi.
Michele cerca di mettere le persone nella condizione di capire che cosa significa davvero il loro lavoro per il sistema.
Se un lavoro va molto bene, una parte del risultato può tornare alle persone.
Se qualcuno porta un cliente o un’opportunità grazie alle proprie relazioni, quel contributo viene riconosciuto.
Se l’azienda deve crescere per poter pagare meglio qualcuno, se ne parla.
È un modo molto concreto di distribuire responsabilità.
E anche di costruire appartenenza.
Non sei semplicemente la persona che occupa quel ruolo.
Sei una parte di questa cosa che stiamo cercando di far funzionare.
E qui è successa una cosa che per me vale più di molte narrazioni.
Perché fino a quel momento Michele mi aveva raccontato il suo team.
Poi sono entrata nel laboratorio.
E l’ho visto.
Non soltanto ascoltato.
L’ho sentito nella maniera in cui le persone si muovevano insieme.
Nel modo in cui comunicavano.
Nel modo in cui lavoravano.
Nell’atmosfera.
Nella relazione.
C’era qualcosa che teneva insieme le persone.
Una specie di elemento invisibile che faceva da amalgama naturale a quel movimento, a quelle presenze intenzionali.
Non che tutto fosse perfetto, anzi. Personalmente mi sono sentita a mio agio in quel fluire di team.
Ma perché sembrava esserci un’attitudine comune.
La voglia essenziale di far funzionare le cose.
Senza una competizione interna evidente, almeno ai miei occhi.
Senza la necessità di dimostrare chi fosse più bravo/a o lì da più tempo…..
Una squadra.
Davvero.
A un certo punto, senza che gli facessi alcuna domanda, uno dei cuochi mi ha guardata e mi ha detto una cosa che mi ha fatto fermare:
“il cliente sente l’energia che metti nel fare l’impasto del pane, nel preparare un piatto.”
Ecco.
Questa frase, per me, racconta molto più di quello che sembra.
Perché quella “energia” non è qualcosa di misterioso.
È la qualità della presenza con cui fai il lavoro.
È la cura.
È l’attenzione.
È il modo in cui stai con gli altri mentre lo fai.
È ciò che succede dentro la squadra prima ancora che il prodotto arrivi al cliente.
Il cliente vede il risultato di una relazione che non vede.
È la sensazione che proviamo, tutti, quando questa circola nell’aria, per così dire.
Quando sono entrata nel laboratorio, prima ancora che Michele mi raccontasse la sua idea di squadra, l’ho vista.
Era nel modo in cui le persone si muovevano.
Nel modo in cui si parlavano.
Nel fatto che ognuno sembrava sapere quando fare un passo avanti e quando lasciare spazio all’altro.
Non ho visto soltanto persone appassionate del proprio lavoro.
Ho visto un sistema che fluiva.
Mi è venuta in mente la metafora dell’ingranaggio: non una macchina perfetta, immobile, nella quale ogni elemento deve stare sempre nello stesso posto. Piuttosto una macchina viva, capace di cambiare assetto quando cambia la condizione.
Se arriva una richiesta diversa, ci si riorganizza.
Se qualcosa si rompe, si cerca una soluzione.
Se c’è una difficoltà, non è il problema di uno solo.
“Troviamo il modo” acquista allora un significato diverso.
Non significa: Michele troverà il modo.
Significa: troviamo il modo, insieme.
Ed è qui che, per me, la cultura organizzativa smette di essere qualcosa che si dichiara e diventa qualcosa che si può osservare.
Quasi come quando una persona che lavora lì mi ha detto che il cliente sente l’energia con cui viene fatto il pane, con cui viene preparato un piatto.
Forse vale anche al contrario.
Quella stessa energia che arriva al cliente è già presente nel modo in cui il team lavora insieme.
E questo è molto vicino a ciò che ho vissuto anni fa nel team di ricerca e sviluppo di GPI: quella sensazione difficile da descrivere, ma molto facile da riconoscere quando la incontri, di persone diverse che non stanno semplicemente lavorando nello stesso posto, ma stanno lavorando dentro la stessa direzione.
E poi c’è un altro particolare che mi ha colpita.
Negli anni alcune persone hanno lasciato l’attività per prendere altre strade.
È normale.
Le organizzazioni cambiano.
Le persone cambiano.
I percorsi professionali cambiano.
Ma la relazione non è necessariamente finita.
Quando c’è un evento, una festa, un momento importante, vengono ancora invitate persone che oggi non lavorano più lì.
Perché hanno fatto parte della storia.
E per i dieci anni dell’attività, quest’estate, il dream team si è ritrovato per una fotografia.
Mi piace molto questa immagine.
Perché racconta un’idea di organizzazione che non coincide con l’organigramma.
La squadra non è soltanto chi oggi ha un contratto con te.
È anche la traccia delle persone che hanno contribuito a costruire ciò che sei diventato.
Una cultura, in fondo, non è soltanto ciò che rimane dentro i confini dell’azienda.
È anche ciò che le persone portano con sé quando se ne vanno.
Come per l’anniversario 2026 dei 10 anni di Black Sheep, alcune persone che hanno lavorato con Michele oggi hanno preso altre strade. Eppure, quando c’è qualcosa da festeggiare, tornano. Per i dieci anni dell’attività, il gruppo si è ritrovato.
Mi piace pensare che sia un altro indicatore di quella cultura.
Il contratto può finire. La relazione non necessariamente.
Rimane il riconoscimento di aver fatto parte di una storia.
Rimane il rispetto per quello che si è costruito insieme.
Rimane, in qualche modo, l’appartenenza a un pezzo di viaggio.
E allora anche la parola squadra cambia significato.
Non è soltanto chi c’è oggi nell’organigramma.
È anche chi ha contribuito a costruire ciò che oggi esiste.
Questa è forse la cosa che mi sono portata via più di tutte.
Michele è molto concreto.
Ascolta le proprie emozioni.
Riconosce la fatica.
Si concede anche di stare male quando le cose vanno male.
Ma poi si mette a fare.
Non rimane bloccato nella riflessione.
E questo mi interessa molto perché, nel mio lavoro, parliamo continuamente di consapevolezza.
Ma la consapevolezza, se rimane soltanto pensiero, non cambia nulla.
Deve poter diventare azione.
E l’azione, a sua volta, deve poter tornare a essere osservata.
Cosa è successo?
Cosa ha funzionato?
Cosa no?
Cosa abbiamo imparato?
Cosa facciamo domani?
È un movimento continuo tra pensiero e azione.
Tra persona e sistema.
Tra individuo e squadra.
La cosa interessante è che Michele non sta semplicemente cercando di far crescere l’azienda.
Sta progettando come vuole vivere nei prossimi anni.
Oggi c’è il bistrot.
Ci sono gli investimenti.
Ci sono i costi.
Ci sono le collaborazioni con gli hotel e i nuovi prodotti.
Ma tra cinque anni immagina qualcosa di diverso.
Un laboratorio più piccolo.
Lui e sua sorella Sofia (entrambi co-founder).
Meno giorni di lavoro.
Più produzione.
Più efficienza.
Più tempo libero.
Un’attività che non abbia bisogno di essere aperta sette giorni su sette per funzionare.
E tra dieci anni?
Vuole che la famiglia sia tranquilla.
Vuole avere costruito una sicurezza.
Vuole poter scegliere.
Per lui, infatti, la qualità della vita non è soltanto guadagnare bene.
È avere tempo.
E questo cambia anche il modo di fare strategia.
Perché non stai progettando soltanto il futuro dell’impresa.
Stai progettando la vita delle persone dentro quell’impresa.
Forse è questa la domanda che mi sono portata via da Trento.
Non:
quanto crescerà questa azienda?
Ma:
chi vogliamo essere tra dieci anni?
E soprattutto:
che cosa dovrà rimanere, anche se tutto il resto cambierà?
Per Michele potrebbe essere un laboratorio più piccolo.
Una squadra più autonoma.
La sorella accanto.
Più tempo libero.
Un lavoro che continua a piacere.
Una vita che non viene sacrificata all’impresa.
Per qualcun altro sarà diverso.
Ma la domanda, secondo me, è la stessa.
Perché un’organizzazione non è soltanto ciò che produce oggi.
È anche la relazione che costruisce con il proprio futuro.
Con le persone che ne fanno parte.
Con ciò che vuole lasciare.
Con ciò che sarà capace di trasformare.
Quando sono uscita da Black Sheep, ho pensato che forse il management non è sapere sempre cosa fare.
È avere abbastanza chiarezza per dire:
questa è la direzione che intra-vedo.
Abbastanza trasparenza per mostrare la realtà.
Abbastanza fiducia per chiedere agli altri di contribuire.
Abbastanza disciplina per tornare al lavoro quando qualcosa va storto.
E abbastanza umiltà per dire:
“Non so ancora come. Troviamo il modo.”
Michele non mi ha parlato di leadership.
Mi ha raccontato il suo lavoro.
E io, entrando nel laboratorio, ho visto una squadra che stava facendo esattamente quello che mi aveva raccontato.
È questa la cosa che mi interessa nelle persone che incontro sul campo:
non quello che dicono di essere, ma quello che fanno quando devono far funzionare qualcosa insieme.
Perché è lì che la cultura prende forma.
Nel modo in cui si parla dei problemi.
Nel modo in cui si distribuisce il valore.
Nel modo in cui si gestisce un errore.
Nel modo in cui si decide insieme.
Nel modo in cui si attraversa la fatica.
Nel modo in cui si tiene insieme una squadra.
Nel modo in cui si immagina il futuro.
E forse anche nel modo in cui, quando il mare cambia, ci si guarda e si dice:
troviamo il modo.
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