Quando penso all’improvvisazione musicale non penso alla tecnica.
Non penso alle note.
Vedo invece persone che stanno vivendo qualcosa insieme.
Mi collego al fare qualcosa che nasce da dentro e trova risonanza nel fuori, almeno una parte a noi vicina.
Immagino uno spazio, anche piccolo.
Le luci sono basse e a volte sono “dure” per qualche istante.
Il piano inizia con poche note.
Il batterista non tiene semplicemente il tempo. Lo abita, lo porta, lo custodisce.
Il contrabbasso ascolta, respira, prima ancora di suonare.
Il sassofonista aspetta.
Potrebbe entrare subito.
Invece resta in silenzio ancora qualche istante.
Sta ascoltando.
Non ascolta soltanto le note.
Ascolta il momento, un significato che lo riporta qui o là.
Poi entra.
Una frase.
Due.
Il pianista cambia accordo.
Il contrabbasso risponde.
Il batterista modifica appena il ritmo.
Nessuno aveva deciso che sarebbe successo.
Eppure succede.
Non è improvvisazione nel senso comune del termine.
Nessuno sta facendo “ciò che gli passa per la testa”.
Se ti immergi davvero nel momento, ti accorgi che ognuno porta qualcosa di proprio. Un’emozione. Un’intenzione. Una storia. Tutto prende forma dal dentro verso il fuori.
Ma ciò che porta esiste solo perché qualcun altro, un istante prima, gli ha lasciato uno spazio, che coraggiosamente ha deciso di far suo in modo autentico.
Il jazz non mi sembra libertà assoluta.
A me arriva fiducia.
È ascolto, forse dialogo.
È responsabilità.
È presenza.
È il coraggio di dire: “Provo questa strada…” sapendo che gli altri potranno seguirla, trasformarla oppure lasciarla andare senza stare nell’attimo passato e viversi un nuovo che arriverà, insieme.
Quando lo ascolto parlare, davanti a me prendono forma degli elementi umani e non (persone, suoni, strumenti, divieti di suonare, cavi staccati all’improvviso che generano un vuoto pesante).
Questi elementi, a modo loro, sanno stare, essere e muoversi li, nel mezzo del caos, del silenzio e della nota appena accennata ma che c’è.
Tutto è lì “semplicemente” perché è veramente lì, nel senso che quel contesto -quando è vissuto – rende tutto unico: il momento, quella “connessione in azione” tra molteplicità di sentimenti, corpi, strumenti, divieti e ripartenze coraggiose o azzardate.
Tutto è lezione, tutto è reinterpretabile, tutto è un’esperienza di apprendimento e di vita: tutto questo, è quello che accade sul palcoscenico della quotidianità.
Fermandomi a riflettere, ho la sensazione che ogni musicista viva un po’ per sé stesso, si diverte, e al contempo si sente parte di un qualcosa di più grande, di impermanente… invece del verbo suonare, mi viene da dire che un musicista jazz “ha improvvisato un qualcosa oltre l’orario consentito dalla legge”.
La musica comunque continua a suonare.
Stavo ascoltando me.
Mi sono immaginata dentro un’ensemble.
Non come osservatrice.
Come musicista.
Sentivo la mia interazione con il mio strumento.
Sentivo il ritmo.
Sentivo gli altri.
Ma li sentivo solo per quello che potevo.
E mi sono resa conto che era sufficiente.
Non avevo bisogno di sapere tutto.
Mi bastava continuare ad ascoltare.
È la stessa sensazione che provo quando entro in un’organizzazione.
Per avere un punto di vista più ampio, ho chiesto a Mauro Barisone, filosofo e musicolo, cosa sia effettivamente l’improvvisazione nella musica.
Mentre mi spiegava in gergo le dinamiche dell’improvvisazione – questo modo di stare insieme direi ora – ho iniziato a vedere una sorta di spazio, una densità di storie e scelte. Il tutto perfettamente in armonia, perfettamente orchestrato, nel fluire del momento.
Davanti a me sono ripercorse delle scene viste e riviste in diversi ambienti di lavoro.
Un movimento incarnato. Agito.
Una pratica fatta di corpi, oggetti, materiali e immateriali, di passato presente e futuro, di emozioni, di storie, di lavoro, di regole, di discorsi e suoni, profumi.
Tante dinamiche, spazi “pieni” e “vuoti” che scegliamo di abitare e di rifuggire in ogni momento.
Perché se ci si pensa è esattamente ciò che accade ogni giorno, nel nostro vivere quotidiano.
Una barista durante il servizio del mattino.
Un segretario che coordina appuntamenti e telefonate.
Un’infermiere durante un turno.
Una progettista.
Un operaio.
Un’insegnante.
Un responsabile HR.
Una manager di unità di ricerca e sviluppo.
Una leader di un team di design o marketing.
La verità è che nessuno di loro apre il manuale ogni cinque minuti.
Nella realtà, sentono.
Percepiscono.
Intuiscono, aggiungo.
Si affidano alla loro esperienza personale.
Si accorgono che qualcosa sta cambiando.
Capiscono quando è il momento di parlare e quando è il momento di lasciare spazio, di lasciare che le acque si calmino non per rinuncia, ma per far emergere la verità spesso evitata.
Rallentano.
Accelerano.
Si accordano a modo loro.
Non controllando tutto.
Semplicemente perché non possono e lo accettano. Questo se normalizzato è una marcia in più che fa la differenza.
Mauro mi aveva detto una frase che continua a risuonarmi dentro:
“Mentre suoni senti te stesso, ma senti anche gli altri. E non puoi contemporaneamente fare il musicista e il direttore d’orchestra.”
Mi sono resa conto che quella frase racconta perfettamente il nostro modo di stare al lavoro.
Quando siamo dentro un’attività possiamo percepire moltissimo.
Sentiamo noi stessi.
Sentiamo gli altri.
Ma li percepiamo solo in parte.
Non possiamo vedere l’intero sistema.
Non possiamo sapere tutto ciò che attraversa l’altro.
..Eppure questa percezione parziale è sufficiente, anzi è fondamentale.
Per lavorare insieme non serve conoscere tutto.
Serve invece continuare ad “accordarsi”.
Questa parola mi accompagna da quando iniziata l’intervista.
Forse lavorare insieme non significa essere perfettamente sincronizzati.
Significa accordarsi continuamente, nella perfetta imperfezione del momento.
Con le persone.
Con il tempo.
Con gli strumenti.
Con gli imprevisti.
Con gli spazi.
Con la storia che quel gruppo porta con sé.
Ma anche con qualcosa di ancora più grande.
Con il senso di ciò che stiamo costruendo.
Non ci accordiamo soltanto alle persone.
Ci accordiamo anche a ciò che quel gruppo considera importante.
A una direzione.
A un’intenzione.
A un modo di stare insieme.
Ai valori che, quando sono davvero vissuti e non semplicemente dichiarati, diventano il ritmo comune dentro cui ognuno può trovare la propria voce.
È questo che ci fa sentire parte.
Non perché diventiamo uguali.
Ma perché riconosciamo qualcosa che vale la pena costruire insieme.
Ci sono momenti in cui un’attività inizia davvero. Succede quando un team smette di recitare il proprio ruolo e ricomincia semplicemente a stare, autenticamente, insieme.
In quei momenti nessuno ha ancora risolto il problema.
Eppure qualcosa è già cambiato. Lo si sente benissimo.
Le persone hanno ricominciato ad ascoltarsi.
Per questo le organizzazioni che imparano non sono quelle che impongono nuove idee.
Sono quelle in cui le persone si sentono abbastanza sicure da provare cose nuove, quindi apprendono (facendo) un modo di fare organizzazione.
Oggi, domani sarà ancora un’altra opportunità, finché l’improvvisazione jazz non sentirà il bisogno di rispondere ad un evento esterno, un agente esterno, un’assenza interna.
Quando c’è fiducia di sé stessi e negli altri, possiamo permetterci di guardare con occhi diversi.
Possiamo adottare una lente nuova senza sentirci obbligati.
Possiamo vedere che effetto fa.
Possiamo verificare se funziona per noi.
Per il gruppo.
Per il lavoro.
Possiamo persino cambiare idea.
Possiamo perfino sorprenderci.
Scoprire che un modo di lavorare che credevamo “nostro” può trasformarsi grazie all’incontro con gli altri.
Non perdiamo identità.
La lasciamo espandere nell’incontro con gli altri. Quasi a scoprirla più ampia di quanto potessimo immaginare.
È così che si apprende.
Non perché qualcuno ci convince.
Ma perché facciamo esperienza.
Perché sentiamo.
Perché sperimentiamo.
Perché ci trasformiamo insieme agli altri.
Forse è proprio questo che rende così potente l’improvvisazione.
Non rompe la pratica.
La rinnova.
Ogni musicista si mostra pienamente se stesso e conosce profondamente il linguaggio comune.
Ed è proprio per questi due aspetti che può permettersi e si prende la resposabilità di modificarlo.
Ogni variazione diventa un invito.
Qualcun altro la raccoglie.
La sviluppa.
La lascia andare.
La trasforma.
Così nascono anche le riunioni che dal nulla, danno nuova linfa ai progetti.
Non ripetendo sempre le stesse azioni.
Ma continuando ad accordarsi con ciò che cambia.
Con una persona nuova.
Con un errore.
Con una tecnologia.
Con un’intuizione.
Con un cliente.
Con un imprevisto.
Con la vita.
Alla fine dell’incontro ho capito che non stavo osservando la musica.
Stavo osservando il sentire orchestrato tra umani e non umani, lo stesso sentire che viene mediato al tempo stesso.
Quel sentire che tiene insieme il singolo e il gruppo.
La libertà e la responsabilità.
L’ascolto di sé e quello degli altri.
Il desiderio di contribuire e il coraggio di sperimentare.
È questo che sento ogni volta che entro in un’organizzazione allineata.
Non chi ha ragione.
Non chi ha torto.
Ma quel momento quasi impercettibile in cui le persone iniziano a fidarsi abbastanza da ascoltarsi davvero.
E, senza quasi accorgersene, cominciano “ad accordarsi”.
Forse è per questo che oggi, quando penso all’improvvisazione, non penso più alla musica.
Penso al lavoro.
E ogni volta che entro in un team mi domando quale sia il ritmo, il “groove” che fa nascere un “noi”
Non per rendere tutti i gruppi uguali.
Ma perché ciascuno possa trovare, senza perdere la propria voce, il modo di accordarsi con quella degli altri.
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