Ci sono diversi tipi di interviste.
In alcune prendi appunti e stop.
In altre prendi appunti, trovi dei varchi da esplorare e inizi ad intravedere qualcosa.
E poi ci sono quelle nelle quali, a un certo punto, smetti proprio di fare domande, piuttosto “l’unknown” fluisce naturalmente nel discorso.
Con Sofia è successo così.
Ha venticinque anni, lavora nell’ambito della comunicazione e del marketing e, mentre mi raccontava il suo lavoro, mi sono resa conto sin dall’inizio che non stavo solo parlando con una giovane professionista.
Stavo osservando un modo ben preciso di imparare (a stare) sul posto di lavoro, quindi lavorare.
Ed è questo che mi ha colpita moltissimo.
Non la sua età.
Non il percorso di studi in comunicazione e marketing.
Non la passione per TikTok.
Non l’intelligenza artificiale.
Ma il modo in cui “fa girare” conoscenza per lavorare.
Durante tutta la conversazione non ha quasi mai pronunciato la parola marketing.
A un certo punto gliel’ho fatto notare.
Lei ha sorriso e mi ha risposto:
“È come se fosse il sottofondo.”
Eravamo circa al decimo minuti di dialogo e già avevamo raggiunto il core della sua pratica lavorativa.
Perché di fatto quella frase raccontava perfettamente anche il mio modo di lavorare.
Io raramente dico a un cliente: “adesso facciamo coaching”, “adesso facciamo una consulenza”, “adesso facciamo supervisione”.
Piuttosto chiedo alla persona o organizzazione cosa sta succedendo o cosa sia successo per richiedermi un approfondimento.
Di cosa si ha bisogno.
Dove sentono di essere bloccati, etc…
Gli strumenti arrivano dopo, sempre dopo.
Sono il sottofondo come giustamente dice Sofia.
Ciò che deve emergere in primo piano è sempre la situazione concreta.
Anche Sofia ha imparato a ragionare così.
Non parte dallo strumento.
Parte dalla pratica.
Dal problema.
Dal contesto.
Dalle persone.
Dal risultato che vuole costruire.
La teoria e le certificazioni ci sono chiaramente.
Ma lavora “in silenzio”, in quel tipo di silenzio ricco.
Mi ricorda una frase che ho sentito dire una volta: “L’acqua profonda, scorre tranquilla in superficie”.
Il sotto non si vede.
Eppure garantisce quello “gira”, che “quadra”, all’esterno direbbe “what makes things done” esternamente.
Come insegno sempre io: il visibile e l’invisibile (a certi occhi) nelle organizzazioni.
Durante la nostra chiacchierata mi sono resa conto che spesso descriviamo i giovani della generazione Z dicendo che sono “pratici”, “hanno fretta”, e “sono veloci”.
Forse però queste sono parole vere per un verso, ma decontestualizzate nell’altro e quindi con ben poco significato applicabile.
Li vedo piuttosto come prototipatori (mi ricordano tantissimo i corsi di business innovation strategy nei quali si parla di sperimentare, ascoltare e lasciar andare, per ripartire).
Simile per la generazione Z.
Provano.
Osservano.
Cambiano.
Riprovano.
Non cercano il metodo perfetto.
Cercano quello che funziona in quella situazione.
Da fuori sembra tutto che agiscano in modo facile e veloce, “dentro” è totalmente un’altra storia.
Ogni scelta diventa un esperimento.
Ogni feedback un’informazione preziosa.
Ogni errore un dato da mettere in saccoccia (mi ricordano il significato della carta del matto nei tarocchi:).
Questa disponibilità continua a modificare il proprio modo di lavorare mi ha colpita profondamente.
Non ho sentito rigidità, a differenza della mia generazione.
Non c’è neanche attaccamento allo strumento.
C’è curiosità.
C’è sete di trovare una via e che questa via sia sostenibile, fatica a parte.
E c’è un modo di parlare, di esprimere il suo modus operandi che Sofia ripete spesso e mi colpisce veramente tanto:
“Secondo me…” oppure, “Potrebbe funzionare…”
Non parla per certezze acquisite (sebbene il suo passato parli già abbastanza).
Ragiona per scoprire e lo fa costruendo ipotesi.
Le mette alla prova.
Le lascia cambiare senza innamorarcisi troppo (nota per startupper)
È un modo di lavorare estremamente vivace direi.
Mentre la ascoltavo, ho avuto una sensazione curiosa.
Non avevo davanti una ragazza di venticinque anni.
Stavo osservando qualcuno che stava già imparando ad abitare una pratica, in totale autonomia decisionale (mindset)
Ed è una cosa enorme a mio vedere.
Perché una professione si può studiare.
Una pratica, invece, si può soltanto apprendere vivendo, con quell’intenzione precisa di viverla.
Si sceglie di starci!
A un certo punto dell’intervista emerge un’esperienza che, secondo me, spiega moltissime cose.
La Junior Enterprise Italy (ammetto che non la conoscevo e questo mi fa sentire il peso dei miei 42 anni anagrafici!)
Un’organizzazione composta da studenti che lavorano su progetti reali, collaborano con clienti, si confrontano tra loro, ricevono mentoring, organizzano formazione, assumono responsabilità e imparano sbagliando. Il tutto per unire in modo funzionale conoscenza teorica con setting reale.
Mentre la ascoltavo mi sono resa conto che quella non era semplicemente un’attività extracurricolare.
Era una comunità di pratica.
Una CoP vera, e lo si capisce dal modo in cui Sofia ne parla, dal sapere che è nato al suo interno.
Un luogo nel quale quel sapere non veniva trasmesso.
Veniva costruito insieme.
L’università fornisce teorie, linguaggi, best practice.
La Junior Enterprise le ha insegnato come quei modelli prendono vita quando incontrano persone, clienti, tempi, imprevisti e responsabilità vive.
Forse è lì che ha imparato qualcosa di molto più importante del concetto puro di marketing.
Ha imparato a vedere e stare nel sistema come piace dire a me.
A capire che ogni decisione che mettiamo in atto (più o meno consapevolmente) influenza qualcun altro o qualcosa (persone, regole, relazioni, sistemi, etc…).
Che una decisione non riguarda mai soltanto il proprio compito.
Che lavorare significa sempre entrare dentro una rete di relazioni umane e non , in costante ridefinizione, rinegoziazione, riuso.
E sono sicura che è per questo che oggi, a 25 anni, è in grado di ragionare con naturalezza in termini strategici.
Non perché qualcuno le abbia insegnato una strategia, forse si forse no.
Ma perché ha imparato a vedere e vivere l’insieme, il workplace.
La cosa che mi ha emozionata di più è stata questa.
Lei non cita né descrive il marketing.
Lo pratica.
Quando mi racconta quello che fa quotidianamente non dice mai:
“Adesso applico una teoria.”
Dice diretta:
“Prima capisco il target…”
“Poi vedo cosa serve…”
“Osservo.”
“Provo.”
“Controllo i risultati.”
Il sapere di Sofia è diventato così incorporato nella pratica da non avere più bisogno di essere nominato.
Esiste semplicemente, fluisce quasi.
Abita le sue decisioni, come diciamo noi sociologi del lavoro organizzativo.
“È il sottofondo” come mi diceva anche prima lei.
Ed è esattamente ciò che succede quando una competenza diventa esperienza.
Abbiamo parlato molto anche di tecnologia.
Di reel continui.
Di podcast.
Di intelligenza artificiale.
Di attenzione.
Di quella strana fatica a stare nel silenzio e “spegnere i pensieri” come dice Sofia (“a rimanere da sola con i propri pensieri” mi immagino dirà un giorno) che molti della sua generazione raccontano con grande sincerità, a differenza delle generazioni precedenti.
Sofia dice che in passato, alle superiori, la sera faticava ad addormentarsi senza avere qualcosa che la distrasse dai suoi pensieri, prima di quel momento di quiete che un tempo avremmo chiamato facilmente chiamato “il dolce far niente”. Mi sono chiesta, e mi chiedo, se ne siamo ancora capaci. Se siamo ancora famosi nel mondo per questo.
Quindi un podcast.
Un video.
Una voce.
E devo aggiungere che non l’ha raccontato con superficialità, tutt’altro.
Non lo raccontava come una debolezza. Né come un’abitudine da giustificare o nascondere. Lo ricordava con una sincerità che mi ha colpita.
Se ripenso a quell’incontro, non torno alle parole. Torno al modo in cui le diceva: un misto di umanità nel mostrarsi naturalmente imperfetta, e la voglia comunque di scoprire-scoprirsi ancora.
Come qualcosa che osserva anche in sé stessa.
Ed è forse questa la parte che mi porto di più via da questo incontro.
Non il giudizio della generazione Z sulla tecnologia.
Ma la capacità di Sofia di guardarsi mentre la si usa.
Pensando al mio percorso e anche a quello che porto ogni giorno ai miei clienti, mi ritrovo ancora una volta lì. A riconoscere che è proprio questo processo a rendere una pratica trasformativa. Non il fatto che ci cambi automaticamente. Ma il fatto che, mentre la viviamo, impariamo a osservare anche noi stessi. Ed è da lì che ogni cambiamento può davvero iniziare ed evolvere nel tempo.
C’è poi un passaggio dell’intervista che spesso viene “indirizzato nel parking lot” ma a me è rimasto ancora più dentro.
Parlando di un progetto di volontariato in Perù, Sofia racconta un momento nel quale ha iniziato a sentirsi quasi un fallimento.
Non perché non stesse lavorando bene.
Ma perché non aveva alcun controllo sulla comunicazione del progetto.
Preparava contenuti che spesso non venivano pubblicati oppure uscivano con tempi che ne compromettevano l’efficacia.
Vedere il proprio lavoro non valorizzato le aveva fatto pensare di non stare dando il contributo che avrebbe voluto.
È una sensazione che, credo, molti di noi conoscono.
Quante volte torniamo a casa dopo una giornata di lavoro con la sensazione di aver sbagliato tutto, quando in realtà stavamo facendo i conti con vincoli, tempi, risorse o dinamiche che non dipendevano da noi?
Anche Sofia, in quel momento, aveva portato tutto su di sé.
Poi sua madre le disse una frase semplice, ma profondissima:
“Non sei tu il problema. È il progetto che, in quelle condizioni, non poteva funzionare diversamente.”
Mi ha colpito il modo in cui, raccontandolo oggi, Sofia abbia saputo rileggere quell’esperienza.
Non come un fallimento personale.
Ma come l’occasione per comprendere meglio il sistema dentro cui stava lavorando.
Dal giudizio invalidante su sé stessa alla comprensione e al riconoscimento del sistema.
Il tutto con altre lenti, con effetto quasi immediato.
Dalla colpa alla lettura delle condizioni che rendono possibile oppure impediscono un buon lavoro.
Senza tanti forse, imparare significa anche questo.
Imparare a distinguere ciò che dipende da noi da ciò che appartiene al sistema.
Perché solo quando riusciamo a vedere entrambe le dimensioni possiamo capire davvero cosa stiamo vivendo ora, quali strumenti abbiamo a disposizione e quale contributo possiamo portare, senza confondere il nostro valore con le strutture del contesto (sempre in mutamento).
Verso la fine della nostra conversazione Sofia dice una frase per certi versi semplice ma ricchissima di valore:
“La formazione non finisce mai.”
L’ho sentita risuonare moltissimo dentro di me.
Perché è la stessa frase che, con parole diverse, sto ritrovando in tutte le persone che sto incontrando con questi Field Notes, come anche nel mio percorso professionale.
Per esempio, nel musicista filosofo che continua ad “accordarsi” e relazionarsi mentre suona.
Nel professionista che rimane fedele ai propri valori personali lungo tutta la vita lavorativa.
Nei lavoratori che imparano insieme affrontando un problema reale.
Questo per dire che la competenza non è mai un punto di arrivo, una certificazione e stop.
È un movimento continuo.
Un lavoro continuo.
È il modo in cui impariamo ad abitare una pratica lavorativa viva e autentica a noi stessi.
Aggiungo una citazione di Wheatle Margaret, che calza a pennello: “il fatto di lavorare per un’organizzazione intenta a creare conoscenze costituisce una magnifica fonte di motivazione; non perché così aumenteranno i profitti dell’organizzazione, ma perché saranno le nostre vite a sembrarci più degne di essere vissute”.
Quando ci siamo salutate ho capito che non ero rimasta colpita dalla sua preparazione, seppur importante intendiamoci.
Ma onestamente non è ciò che ricorderò.
Ricorderò la sua “stabilità flessibile”.
Il modo in cui ascolta.
Il modo in cui chiede feedback.
Il modo in cui mette continuamente in discussione gli strumenti senza perdere di vista lo scopo.
Il modo in cui costruisce e vive un’esperienza.
La competenza non nasce dall’applicare una teoria.
Nasce dall’imparare ad abitare una pratica che sentiamo dentro e fuori di noi.
Ed è lì, in quello spazio fatto di esperienza, relazioni, tentativi, errori, valori e responsabilità condivise, che le persone continuano a diventare sé stesse.
Persone prima ancora di ruoli.
Credo che questo sia il vero apprendimento che ci portiamo dentro.
Non tanto, o non soltanto, accumulare conoscenze.
Ma imparare, ogni giorno, un modo nuovo di stare, essere, sentire, fare nel mondo.
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