Negli ultimi mesi il dibattito sull’intelligenza artificiale ha assunto toni quasi esistenziali.
Molte organizzazioni oscillano tra due posizioni opposte: entusiasmo e paura.
Entusiasmo per le possibilità offerte dalle nuove tecnologie.
Paura per l’incertezza che queste trasformazioni introducono nei sistemi di lavoro.
Ma se osserviamo le organizzazioni attraverso la lente sociologica del lavoro in situ, o agito e rinegoziato costantemente, emerge una prospettiva diversa.
La trasformazione che stiamo vivendo non nasce semplicemente dall’introduzione di nuove tecnologie.
Nasce dal modo in cui persone, strumenti e contesti organizzativi ridefiniscono continuamente le pratiche attraverso cui il lavoro accade, si legittima “di per sé” e trova una costante necessità di accordo più e meno visibile, percepibile, accessibile.
Le organizzazioni contemporanee sono sempre state sistemi liminali, con la differenza che oggi ci troviamo davanti a nuove dinamiche, nuovi ritmi, nuove prospettive.
Come tutti i sistemi complessi, le organizzazioni operano in spazi di soglia dove si incontrano e si sovrappongono dimensioni diverse:
umano e tecnologico
stabilità e cambiamento
conoscenza esplicita e sapere pratico
decisioni strategiche e azioni quotidiane.
In questi spazi il lavoro non può più essere descritto come semplice applicazione di procedure. Diventa invece un processo continuo di interpretazione, adattamento e ri-negoziazione delle pratiche. Ed è proprio in queste zone liminali che prendono forma molte delle trasformazioni organizzative più profonde.
Le pratiche di lavoro non sono statiche. Si sviluppano attraverso processi ricorsivi.
Infatti ogni volta, ed è sempre stato così, che le persone interagiscono con strumenti, dati o tecnologie, il lavoro viene:
reinterpretato
adattato
ridefinito.
Questo da una lente socio-organizzativa significa che tecnologie e pratiche si trasformano insieme.
Non esiste prima il design della tecnologia e poi il suo utilizzo, neppure se è ricca di script , il suo utilizzo non è progettato in esse, perché umano ci mette sempre la sua “mano” in un modo o nell’altro. Esiste infatti un processo continuo di:
ri-costruzione
ri-negoziazione
ri-ridefinizione di ciò che intendiamo per task e lavoro agito.
E qui entrano in gioco: culture organizzative, i famosi no detti ma ben percepiti sul lavoro, valori professionali nuove esigenze del mercato decisioni manageriali ,evoluzioni tecnologiche.
In questa prospettiva anche strumenti molto semplici , prima ancora dell’AI, un database, una piattaforma digitale, una lavagna piena di post-it, partecipano alla configurazione di ciò che intendiamo essere il lavoro performato, agito, vissuto.
L’intelligenza artificiale rende questi processi ancora più evidenti, facendo emergere insistentemente il “non detto” e l’agency di attori non-umani di cui parlava per esempio Bruno Latour. A differenza però di molte tecnologie precedenti, l’AI introduce sistemi che:
apprendono dai dati
evolvono nel tempo
producono risultati non sempre completamente prevedibili.
Questo non significa che le organizzazioni debbano “controllare” la tecnologia, non è possibile.
Significa piuttosto che devono sviluppare una capacità nuova per certi versi: abitare la liminalità del lavoro contemporaneo.
Osservare come le pratiche cambiano.
Comprendere come persone e tecnologie co-producono nuovi modi di lavorare, rispetto all’interazione con tecnologie più statiche ma sempre “parlanti”.
Coltivare spazi di riflessività organizzativa, insomma.
In questo contesto cambia anche il significato della leadership. La leadership non riguarda più soltanto il prendere decisioni o definire strategie.
Riguarda sempre più la capacità di orientarsi dentro sistemi complessi di pratiche sociotecniche.
Leader e professionisti diventano tutti, in questo senso, facilitatori delle pratiche liminali.
Persone capaci di:
leggere i sistemi di lavoro
collegare conoscenze diverse
sostenere processi di apprendimento collettivo
accompagnare l’evoluzione delle pratiche organizzative.
Molto spesso pensiamo alla trasformazione digitale come a un progetto tecnologico.
In realtà gran parte della trasformazione organizzativa prende forma altrove.
Nasce negli spazi quotidiani del lavoro.
Nei momenti in cui persone, strumenti e conoscenze diverse devono trovare modi nuovi per collaborare.
È in questi spazi — spesso invisibili — che le pratiche si trasformano.
Ed è proprio lì che prende forma la capacità delle organizzazioni di evolvere.
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