Oggi si parla molto di empowerment. Spesso lo si riduce a uno slogan positivo, qualcosa da scrivere nelle slide dei valori aziendali. Ma nella mia esperienza, empowerment non è un incoraggiamento. È una scelta consapevole e strutturale. È una strategia di sviluppo. È un’energia che trasforma.
Per prima cosa voglio dire che non è “rendere le persone più sicure”. È creare le condizioni affinché le persone possano riconoscersi e riscoprisi anche nel proprio potere autentico, agire con iniziativa, e sentirsi parte attiva, e responsabile, del team di cui fanno parte, dell’evoluzione dell’organizzazione stessa.
Dato che sentiamo parlare spesso, o l’abbiamo provata in prima persona la disconnessione, la pressione e la stanchezza emotiva, vorrei parlare ancora una volta di riscoprire il significato profondo di empowerment: un processo che unisce apprendimento, libertà e direzione.
Non esiste empowerment senza apprendimento. Ma non parlo di formazione frontale o competenze tecniche. Parlo di un ambiente che sostiene la crescita dell’individuo nella sua interezza. Dove ci si può esprimere, migliorare, cambiare.
In molte delle organizzazioni che ho accompagnato, il vero salto posso dirvi che si verifica quando il percorso formativo non è più “trasferimento di contenuti”, ma spazio per riconoscere e attivare i propri talenti, uno spazio di generazione.
Quando una persona dentro di sé si consapevolizza e si dice: “Io in questo ruolo riesco a esprimere una parte vera di me. Ho un’energia che potrei lavorare anche dopo le 18, non è solo lavoro.” significa allora che quella persona è in una fase trasformativa di apprendimento.
La Learning Organization (organizzazione o team) non è basata sui corsi. È quella che crea contesti in cui le persone si sentono legittimate ad apprendere, a scegliere, a sbagliare, a riprovare.
È quella che non chiede solo performance, ma anche auto-riflessione, proattività, rischio, responsabilità e iniziativa.
È quella che considera ogni feedback come u’occasione per crescere, non come un giudizio.
In ogni sistema organizzativo esistono dinamiche di potere. Il potere può irrigidire o può generare energia. La differenza sta in come si sceglie di distribuirlo.
Quando il potere è accentrato, diciamo silenzioso, non trasparente, le persone si ritirano, si proteggono, “sopravvivono”, non solo a livello di task, ma anche a livello energetico, motivazionale. Ma quando il potere è condiviso, visibile e legittimato, allora si attiva e si libera qualcosa di molto diverso: le persone mettono in circolo la propria creatività, la propria energia innata, trovano spazio per l’iniziativa, per il pensiero critico, per la co-creazione, assumono addirittura espressioni del viso diverse.
In molte organizzazioni, l’empowerment vero arriva quando si rompe il binomio potere=controllo e si apre un nuovo paradigma: potere come responsabilità condivisa, come energia da canalizzare, come leva di espressione individuale, come progresso della società.
Personalmente ho avuto la fortuna di ricevere, fin dall’inizio del mio percorso professionale, una sorta di imprinting positivo.
Il mio primo responsabile, subito dopo un periodo di stage, mi ha messa nella condizione di esprimere pienamente il mio talento: sia all’interno del team aziendale, sia oltre i confini organizzativi.
Questa esperienza ha fatto davvero la differenza nel mio percorso. È stato lì che ho capito, non in teoria ma vivendolo sulla mia pelle, quanto contano l’ascolto, la motivazione, la fiducia tra colleghi, e la responsabilizzazione autentica.
Dopo neanche un anno di lavoro, potevo: assumere responsabilità reali, interfacciarmi con clienti e direttori aziendali, esprimere opinioni su progetti e strategie, prendere iniziativa per condividere il know-how e generare valore.
Conoscendo già le logiche dello sviluppo organizzativo, delle comunità di pratica e dell’apprendimento organizzativo, avevo un’utilissima base teorica. Ma quella era solo la base, appunto: ciò che contava davvero era il contesto che mi permetteva di agire, sperimentare, contribuir; ed al tempo stesso il mio entrare autenticamente in gioco, accettandone la responsabilità e la possibilità creatrice.
Investivo nel mio apprendimento continuo per iniziativa personale, senza pressioni, ma con entusiasmo.
Condividevo potere e necessità, sentivo una forte autostima, mi divertivo, e cooperavo naturalmente con i colleghi, nulla era percepito come dovuto, tutto era arricchente per me e per gli altri.
È lì che ho sperimentato, e imparato per sempre, che il vero empowerment accade solo quando le condizioni sono favorevoli, fiduciose. Poi sta solo a noi voler cogliere l’occasione, imparandone tutti gli aspetti.
Molti modelli organizzativi vedono le persone come risorse da gestire. Ma le persone non sono “risorse”: sono sistemi vitali di un sistema complesso, in cui l’identità, le emozioni e il senso di appartenenza giocano un ruolo centrale.
Quando si lavora su empowerment e apprendimento, stiamo curando una relazione: quella tra individuo e organizzazione.
Una relazione fatta di:
riconoscimento: ti vedo, so che ci sei, e so che hai qualcosa da dire;
autenticità: puoi mostrarti anche nei tuoi dubbi, perché qui la vulnerabilità è un valore;
coinvolgimento: non ti sto chiedendo di aderire a un piano, ma di costruirlo con me.
Ho visto più volte aziende in cui, grazie a uno spazio di dialogo ben facilitato, le persone hanno iniziato a dire ciò che non era mai stato detto: “Vorrei poter portare le mie idee”, “ho bisogno di formazione, e progetti nei quali sperimentare”, “ho voglia di fare ma, ma qui non trovo il modo.” Il dire da un lato e l’ascoltare veramente dall’altro ha smosso molto di più di nuovi tool collaborativi o weekend di team building calati dall’alto.
In tutto questo, la leadership gioca un ruolo decisivo.
Ma attenzione: non parlo della leadership come posizione. Parlo della leadership come campo d’azione, come forza che fa emergere le potenzialità latenti, come riconoscimento del potere altrui per crescere insieme.
Il leader che potenzia non è quello che decide tutto. È quello che:
legittima il contributo degli altri,
guida il processo, non le risposte,
accetta la propria vulnerabilità come risorsa generativa,
crea spazio relazionale e di potere, non solo ordine.
Ricordo che in una sessione di coaching sistemico con un gruppo sia di responsabili sia di team lead, una manager ha detto: “Mi sono resa conto che il mio team non mi chiedeva soluzioni o almeno non sempre, ma chiedeva la mia presenza. Volevano sentire che c’ero. E li ho capito il concetto di spazio e di leadership consapevole della nostra sessione.. è qualcosa che si avvicina più all’emotività o all’energia, non ci sono solo gli indicatori di valutazione.”
Empowerment è una strategia (anche) formativa che ha il potere di trasformare le persone e le organizzazioni.
Quando impariamo a vedere l’altro come una fonte di energia attiva, non come un destinatario passivo, tutto cambia, cambiano le persone e di conseguenza le organizzazioni. Per questo dico che le organizzazioni che funzionano davvero sono quelle che coltivano la libertà espressiva, il senso e la responsabilità del se, quindi la self leadership. Alla base ci sono concetti di incoraggiamento, accoglimento e possibilità.
E se ancora oggi promuovo questi valori nella vita personale e con Culture Flow, è anche perché qualcuno, molti anni fa, ha saputo offrirmeli nel momento più giusto. il mio primo responsabile e mentore, Giampaolo Armellin (LinkedIn), ha saputo vedermi, prima ancora che io sapessi vedermi da sola. Mi ha dato spazio, fiducia e autonomia.
Quel tipo di leadership silenziosa ma trasformativa che resta, e orienta, perché l’empowerment si trasmette così: con l’esempio, non con le parole.
Parliamone.
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