Ci sono incontri che iniziano molto prima di una conversazione.
Iniziano con un’osservazione.
È il modo in cui lavoro, e vivo. Prima osservo, ascolto. Solo dopo faccio domande.
Questa mattina non mi trovavo in un’azienda, ma in un parco vicino a casa.
Tra le tante persone che ogni giorno attraversano quel luogo, una attirò la mia attenzione. E non per i movimenti spettacolari, né per la forza fisica o l’età. Mi colpì la qualità della sua presenza, il suo muoversi con profondità direi. C’era qualcosa di estremamente centrato, essenziale, armonioso.
Quell’uomo era Giuseppe Marirò, maestro di karate Shotokan.
Quando iniziammo a parlare, ebbi la conferma che dietro quei gesti non c’era la ricerca della forza bruta, della vittoria, ma quella della centratura interiore, dell’ equilibrio, e anche del “famoso” mindset. Una visione che mi disse essere propria della disciplina e nelle parole del fondatore dello Shotokan:
“Lo scopo ultimo del karate non si trova nella vittoria o nella sconfitta, ma nella perfezione del carattere dei partecipanti.”
Sentendo questa frase ho avuto la sensazione di ritrovare un filo che accompagna la mia vita da molti anni.
A 17 anni iniziai quasi per caso a interessarmi alle discipline orientali, partendo da un libro di Hatha Yoga ricevuto “per caso o per destino” poi a 25 mi pare, grazie alla respirazione liberai o attivai uno dei chakra del corpo sentendo quel vortice energetico unico in termini di esperienza. Negli anni successivi sono arrivati altri diversi tipi di respirazione, la bioenergetica, la mindfulness, il teatro, la natura (!) e tante altre bellissime pratiche di scoperta del mondo. Non le ho mai vissute come tecniche da accumulare, ma come modi diversi – che si sono evoluti nel tempo anche in base ai miei bisogni – per leggere la mia realtà interiore ed esteriore, ma soprattuto mi aiutavano ad affrontare la stessa domanda: come si coltiva una presenza capace di generare apertura, responsabilità e relazioni autentiche?
Oggi quella domanda è diventata anche il cuore del mio lavoro, o quanto meno è una parte del mio approccio sistemico.
Attraverso il Culture Flow Framework accompagno persone e organizzazioni nell’osservare, percepire, comprendere e coltivare gli ecosistemi in cui lavorano. L’etnografia mi aiuta a vedere ciò che accade nelle pratiche quotidiane; la formazione sociale e la consulenza offrono un modo pratico per affiancare, al fine di supportare, la realtà quotidiana dei clienti; la supervisione apre uno spazio di riflessione in cui quelle pratiche possono essere riconosciute, comprese e trasformate.
Per questo non considero il karate lontano dal mondo del lavoro.
Da stamattina in entrambi trovo presenza, una forma gentile di disciplina. E soprattutto, entrambi parlano della qualità del movimento prima ancora del risultato (il viaggio prima della destinazione). Un movimento che nasce da dentro e che parla con l’impatto.
Forse è proprio da qui che nasce una cultura organizzativa capace di apprendere in modo ecologista e post-umano: non dalle procedure, ma dal carattere delle persone e dalla qualità delle relazioni che costruiscono ogni giorno. Qualsiasi relazione.
Questo è il primo dei miei Quaderni di Campo: piccoli racconti, bozze di ragionamenti più ampi, nati da incontri reali, attraverso i quali continuo a esplorare una domanda che guida il mio lavoro:
Come possiamo coltivare ecosistemi nei quali persone, pratiche, tecnologie e contesti apprendano insieme generando benessere, responsabilità e innovazione? (…per sé, per la squadra, per le comunità di appartenenza)
Oggi quella domanda non è nata in una sala riunioni.
È nata osservando un maestro di karate allenarsi in un parco.
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