Sono entrata nel negozio di Giancarlo Hu con l’obiettivo di riparare il mio telefono.
Dopo pochi minuti, però, mi sono ritrovata a fargli una domanda che ormai mi viene spontanea ogni volta che percepisco qualcosa di particolare in un luogo di lavoro.
“Ti posso osservare mentre lavori?”
Non avevo preparato domande (in realtà non le ho mai, nascono nel dialogo).
Non avevo neanche una teoria da dimostrare né una richiesta di consulenza da soddisfare.
C’era soltanto quella sensazione difficile da spiegare che ogni tanto mi fa rallentare e mi dice:
fermati, qui c’è qualcosa da ascoltare. Qui sta succedendo qualcosa.
Negli anni ho imparato a fidarmi di quella sensazione.
La sociologia, l’etnografia, gli approcci sistemici e oggi la supervisione mi aiutano a darle un linguaggio.
In ogni caso, nasce sempre così.
Da una particolare presenza.
Non mi interessava capire come si ripara un telefono.
Ero lì per osservare qualcosa che neanche io sapevo cosa fosse, dove fosse dislocata nello spazio, chi includesse ma che in qualche modo rappresenta una pratica quotidiana per Giancarlo.
Ero lì per capire cosa succede quando una persona non svolge semplicemente un mestiere, ma costruisce intorno ad esso un mondo, un mondo coerente.
Entrando nel laboratorio, la prima cosa che colpisce non sono tanto gli strumenti.
Che sono tanti.
Microscopi, alimentatori, tavoli regolabili, cassetti, componenti elettronici.
Ma non è questo il punto.
Il punto è che ogni oggetto sembra essere stato scelto, modificato, ripensato in un certo modo. Tutto sembra avere un suo particolare perché.
Niente è casuale.
Ad un certo punto gli chiedo perché abbia organizzato il piano di lavoro e tutto il laboratorio in quel modo.
Sorride e con una certa fierezza aggiunge:
«L’ho personalizzato tutto. Anche il tavolo che si muove. Comando le attrezzature con la voce. Non credo ci sia nessuno che lavora così.»
Poi aggiunge una frase che, apparentemente, parla solo di produttività.
«Bisogna essere veloci. Ma soprattutto bisogna lavorare comodi. Perché se lavori comodo, lavori bene.»
Mi colpisce, e penso di capire quello che sta dicendo.
Perché capisco che non si riferisce al tavolo.
Sta parlando della qualità del lavoro, del rispetto che ha per il suo purpose, agito quotidianamente.
A un certo punto gli chiedo come sia iniziato tutto.
Mi racconta del primo telefono, dei tutorial su YouTube, di una settimana passata a cercare di capire come sbloccarlo.
Poi, quasi senza accorgersene, torna con la storia molto più indietro, torna all’infanzia.
Ride, quasi stupendosi lui stesso di quello che sta per dirmi.
“da piccolo smontavo tutto”
Giancarlo ha questo modo di parlare unico, poche parole ma con una densità di valore, carico emotivo e storia, mi fanno approfondire ogni parola e ogni silenzio che ne segue.
Mi racconta quindi che da bambino, a Natale, riceveva come tutti un regalo nuovo.
Lo aspettava, come tutti.
Lo desiderava nei sogni, come tutti.
Poi lo scartava ovviamente, anche qui come tutti.
Ci giocava un po’.
E poi, puntualmente, iniziava la parte che preferiva di più:
ossia lo smontava.
Ma non per romperlo.
Per comprenderlo meglio.
Se gli altri bambini giocavano con i trenini, lui invece per giorni rimaneva lì, tutto intento a studiare e indagare ogni vite, ogni incastro, ogni pezzo e variante possibile.
Poi provava a rimontarlo.
E se qualcosa non tornava, ricominciava da capo con un’altra idea.
Quando gli chiedo cosa lo affascinasse così tanto, risponde con una semplicità disarmante.
“Volevo capire come funzionavano le cose.”
In quel momento, in quel nuovo silenzio denso di significati, mi sembra che il bambino e il professionista non siano più due persone diverse.
Perché se adesso mi trovo a fare due chiacchiere nel laboratorio di un tecnico sapiente, mi rendo anche conto che la storia vera inizia molto prima dell’apertura del negozio, perché già allora un bambino cercava di capire come dialogavano le cose dentro la sua stanza.
Bambino e adulto professionista sono la stessa persona che ha trovato, negli anni, strumenti sempre più raffinati con cui continuare a giocare, a dare un significato e un senso al suo fare quotidiano.
Inizio a pensare che per certi versi abbiamo una lente di lettura del mondo professionale abbastanza simile io e Giancarlo, e quindi gli chiedo cosa gli piaccia davvero del suo lavoro.
E lì dice una frase che sento profondamente vera, mia.
«Mi piace vedere come dialogano.»
Non mi dice “come sono fatti”.
Dice con parole che sento quasi animate da tanta presenza ci sia dentro:
“come dialogano.”
I componenti.
I circuiti.
I segnali.
L’hardware in particolare, prima del software.
A me viene viene spontaneo sorridere.
Perché faccio esattamente la stessa cosa. E glielo dico.
Lui osserva gli ingranaggi fisici e i circuiti elettronici.
Io osservo i “circuiti” organizzativi, se così possiamo definirli.
Entrambi cerchiamo di capire cosa succede tra gli elementi.
Non negli elementi.
Tra gli spazi, tra gli elementi che interagiscono, in quegli spazi liminali di relazione dove la magia accade, che sia Natale o un altro giorno dell’anno.
Ad un certo punto gli faccio notare la finestra tra il negozio e il laboratorio dove Giancarlo mette in scena la sua sapiente pazienza da artigiano del 2026.
Il laboratorio è completamente visibile.
Chiunque entra può osservare tutto.
Gli chiedo perché, tanto a quel punto ho capito che con lui nulla è lasciato al caso e tutto ha una sua ragion d’essere.
Mi risponde con naturalezza e anche con un pizzico di orgoglio.
Mi dice chiaramente che per lui nascondere il laboratorio equivale a nascondere il lavoro.
Mostrare il laboratorio significa invece permettere alle persone di vedere cosa stanno realmente pagando.
Trasparenza insomma.
Ancora una volta.
Non una strategia di marketing emersa da un canvas.
Bensì una scelta intenzionale che rispecchia i suoi valori, il suo modo di stare nel mondo professionale.
Mentre osservo una pratica, ogni tanto mi fermo.
Non perché abbia già trovato una risposta, ma perché sento che è emersa una domanda importante.
È quello che faccio spesso durante consulenze, supervisioni o affiancamenti: interrompo anche per un momento il flusso dell’azione e provo a dare un nome o a rileggere ciò che sta prendendo forma.
Non è ancora un’analisi conclusa.
È un pensiero in costruzione. Tecnicamente lo si definisce reflection-in-action.
Una riflessione nata sul campo che mi aiuta a capire se quella traccia merita di essere seguita.
Quello che segue è uno di quei momenti.
Una nota quasi grezza, scritta mentre il dialogo è ancora vivo.
Mostrare il laboratorio significa permettere alle persone di vedere ciò che stanno realmente acquistando.
Non soltanto un telefono riparato.
Una pratica.
Una scelta di vita che viene riconfermata ogni giorno.
Ogni cliente vede un telefono smontato sul banco.
Io, invece, vedo quindici anni di gesti ripetuti e rifiniti, errori, studio, tentativi, investimenti, disciplina e continua ricerca.
Vedo una persona che continua a migliorare il proprio laboratorio non perché qualcuno glielo chieda, ma perché quella è la forma concreta con cui continua a rispettare se stesso.
Quando Giancarlo investe in un nuovo tavolo, modifica l’organizzazione dello spazio o immagina una soluzione che ancora non esiste, non sta semplicemente acquistando un macchinario.
Sta costruendo, giorno dopo giorno, il luogo nel quale desidera lavorare.
A livello sociologico sta ridefinendo il significato che attribuisce a quella tecnologia specifica, e conseguentemente l’uso che ne fa oggi.
Questa, per me, è la differenza chiave tra un tipo di lavoro ed un altro, dove la persona è presente con la sua unicità.
Il cliente pensa di pagare una riparazione.
In realtà entra, anche solo per pochi minuti, dentro una storia di coerenza personale, professionale, sociale.
Acquista il risultato di migliaia di decisioni invisibili.
Decisioni che nessuno vede.
Che nessuno fattura.
Eppure sono quelle che rendono possibile tutto il resto.
È questo che, secondo me, genera fiducia.
Non un corso di comunicazione.
Non una tecnica di vendita.
La fiducia nasce dalla coerenza tra ciò che una persona pensa, ciò che considera importante e il modo in cui sceglie di lavorare, ogni singolo giorno.
Quella coerenza arriva prima delle parole.
Si percepisce.
Ed è proprio quella presenza che avevo sentito entrando nel suo laboratorio.
Ad un certo punto gli chiedo a che punto sia il suo laboratorio.
Stavolta se la ride, e sento che sta per raccontarmi ancora qualcosa di interessante.
Era tutto ordinato e sistemato con una sua logica, preciso direi, quindi mi aspettavo che dicesse che era molto soddisfatto dello stato attuale e invece…
Mi risponde così:
«Come macchinari ci siamo quasi. Ma il laboratorio… siamo al cinquanta per cento.»
Poi aggiunge:
«So che si può fare meglio.»
Questa frase mi colpisce. Mi arriva nuovamente quella profondità, sicurezza e presenza di chi sa dove andare, come e perché.
Non parla di insoddisfazione.
Parla di una ricerca perfettamente imperfetta.
Non sta rincorrendo il successo, non convince nessun cliente a restare.
Sta coltivando un modo di vivere il suo presente professionale in maniera autentica, gratificante e rispettosa per lui in primis. Una pratica agita insomma.
Verso la fine della nostra conversazione gli faccio una domanda che lo fa pensare po’ di più ancora.
Non riguarda i telefoni.
Non riguarda il laboratorio.
Gli chiedo come descriverebbe ciò che prova quando è lì.
Quando tutto “gira” anche se questo implica affrontare problemi e sfide, dalle quali immagino tragga un’immensa gratificazione.
Quando lavora, insomma.
Giancarlo ci pensa un istante.
Poi risponde con la sicurezza di chi ha una certa chiarezza dentro:
“Tranquillità.”
Una parola soltanto.
E aggiunge:
“Qui mi sento a mio agio. Anche se c’è tanto casino, non arrivo al punto di impazzire. Questo è il mio ambiente.”
In quel momento capisco che stiamo parlando della stessa cosa.
Io l’avevo percepita entrando questa sensazione.
Lui la vive ogni giorno lavorando.
Non è un’emozione passeggera.
È una condizione costruita nel tempo. E’ una scelta quotidiana ben precisa, che ti orienta.
Ogni scelta del laboratorio sembra contribuire a generarla.
Il tavolo.
Le luci.
La disposizione degli strumenti.
Il modo stesso in cui accoglie i clienti.
Il laboratorio “sul retro” completamente visibile.
Persino la possibilità di osservare il suo lavoro attraverso un ampia vetrata.
Nulla sembra pensato per impressionare.
Tutto sembra progettato per rimanere coerente con il suo modo di stare al mondo, perché per lui quello è il suo ambiente, il suo mondo 6 giorni su 7.
La verità è che quella tranquillità, a mio vedere e sentire, non appartiene soltanto a Giancarlo.
Diventa percepibile anche per chi entra.
Il cliente non riceve soltanto una consulenza e nel migliore dei casi una riparazione al telefono.
Entra, anche solo per pochi minuti, dentro una pratica che comunica affidabilità, trasparenza e cura.
La fiducia nasce molto prima della riconsegna del telefono.
Comincia nel modo in cui quello spazio viene abitato.
Giancarlo si ferma e mi presta attenzione, quindi gli dico:
«Io nel mio lavoro non osservo tanto gli ingranaggi, sebbene siano parte del sistema. Do spazio e voce a quello che definisco l’olio del sistema.»
Giancarlo mi guarda ancora.
Mi ascolta ben attento.
Gli spiego poi:
«La tua competenza è importante.
Gli strumenti sono importanti.
Il laboratorio è importante.
Ma ciò che arriva davvero alle persone è quella tranquillità che pervade, quasi che emana questo luogo (un luogo vivo quindi).
È lì il tuo lavoro.
È lo spazio che mi dicevi sentire tuo.»
Mi guarda.
Sorride.
E dice soltanto.
«È vero.»
Uscendo dal negozio non stavo pensando al mio telefono riparato.
Stavo pensando a quando è vasto e potente il mondo del lavoro.
Ogni volta, quando in una sessione di ricerca, consulenza, supervisione, coaching e formazione, si riesce a raccontare davvero la propria pratica, emerge sempre qualcosa che va oltre la competenza, il pure talento.
Col tempo ho imparato ha definirla come “qualità del campo”.
Una forma di presenza.
Una relazione tra corpo, strumenti, valori, spazi liminali e persone.
Ed è proprio questo che mi piace raccontare nei miei Made in Italy – Field Notes.
Non storie di successo.
Ma luoghi in cui il lavoro e la pratica quotidiana diventano una forma di espressione della persona.
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