Qualche mese fa sono stata ospite di un podcast (🎧 Ascolta l’episodio qui su Spotify) dedicato a professionisti con percorsi non convenzionali. Mi avevano contattata per parlare della mia storia — un cammino non lineare, ma ricco di connessioni tra persone, organizzazioni e tecnologia.
Dopo la pubblicazione, ho ricevuto molti messaggi. Alcuni erano complimenti, altri esprimevano stupore, altri ancora mi ringraziavano per aver condiviso qualcosa di “non scontato”. Ma ci sono stati due feedback che mi sono rimasti impressi. Due messaggi arrivati da persone molto diverse tra loro:
una mia ex collaboratrice, oggi responsabile marketing in un reparto nel settore arredo, e una ex corsista, con cui avevo frequentato nel pieno del primo lockdown un percorso di costellazioni sistemiche manageriali.
Entrambi hanno menzionato una frase che avevo pronunciato praticamente al termine o quasi dell’intervento, e che per loro è stata un piccolo shock positivo: “Talento come autorealizzazione.” Uno di loro mi ha scritto: “Sai, sarebbe bello sentirlo dire più spesso al giorno d’oggi. Credo che la gente ne abbia proprio bisogno.”
All’inizio non ci ho dato troppo peso. Ma poi, man mano che altri ascoltatori mi restituivano emozioni simili, ho iniziato a pensare che forse si, qualcuno aveva piacere di sentir parlare di queste “cose”:
— Talento come autorealizzazione.
— Non come performance.
— Non come capacità da certificare per essere validati e scelti.
— Ma come espressione piena di sé, nella vita e nel lavoro.
Ho capito che questo era un tema da approfondire. E per farlo, ho deciso di partire da lì. Dal mio primo, piccolo momento WOW nel mio personale percorso di autorealizzazione tramite il lavoro, quello che amo.
Uno di quei momenti che ti cambiano per sempre, e che oggi, dopo 15 anni di esperienza, riconosco come la prima chiave di tutto il mio percorso.
Nel 2007, mentre mi trovavo a Bruxelles per uno stage (appena conclusa la triennale in Studi Europei), vengo a sapere di un percorso di studi che ti metteva in grado di comprendere e intervenire nella gestione dei processi di innovazione organizzativa e tecnologica, nell’area dello sviluppo delle risorse umane unendo società, aziende e persone.
È lì che ho sentito — non capito: sentito — che quella era la mia direzione. Ecco quindi che, letteralmente su due piedi, decido di iscrivermi alla facoltà di Sociologia.
Quello è stato uno di quei momenti WOW di cui parlavo sopra.
Non perché sapessi esattamente dove mi avrebbe portato, ma perché sentivo, con una sicurezza fino ad allora mia provata, che il mio next step era lì, nel cuore delle relazioni umane, delle dinamiche organizzative, dei sistemi sociali in trasformazione.
È stato l’intuito a guidarmi.
Ma il talento, quello vero, l’ho scoperto camminando, e quando mi è stata data l’opportunità per sperimentarmi e testare e apprendere.
Il talento lo si coltiva nei contesti giusti, lo si affina quando qualcuno ti dà fiducia, e lo si onora ogni volta che scegli di esserci davvero in ciò che fai, perché è li che trovi un pezzo di senso di ciò che sei, di ciò ti fa alzare dal letto lunedì mattina con il sorrido, seppur assonato.
Dal 2007 ho cominciato a studiare modelli che allora sembravano pionieristici, ma per me, per qualche motivo, sembravano ed erano la normalità:
📌 le comunità di pratica
📌 la gestione sistemica del talento
📌 il cambiamento e l’apprendimento organizzativo, intesi come flusso e non come piano
📌 il design partecipativo scandinavo e quello sistemico, andando oltre il servizio o il singolo prodotto
📌 il rapporto in cui tecnologie e persone convivono quotidianamente e si influenzano, modificano reciprocamente dando forma a sempre nuove relazioni e culture organizzative.
Non li ho mai studiati solo per conoscerli.
Li ho osservati, li ho vissuti, e in modo quasi naturale, e per certi versi automatico, li ho portati nei progetti.
Così è nato il mio modo di lavorare con i team, con i leader, con le organizzazioni:
un approccio che unisce relazioni umane, strumenti a supporto, e un pensiero sistemico che vede il lavoro come organismo vivo, non come macchina da ottimizzare.
In parallelo al mio sviluppo professionale, ho sentito il bisogno, forse la necessità, di lavorare anche su di me, per ri-conoscermi e per poter leggere da nuove angolazioni il mondo del lavoro che già amavo osservare, comprendere e rimodellare.
Ho portato avanti un percorso personale centrato sulla gestione del respiro, i principi olistici orientali e la mindfulness (e hearthfulness).
Non tanto per “staccare” dal lavoro, ma per capirmi meglio io, e per capire meglio il lavoro nel quale ero immersa.
Questa è Culture Flow: una visione condivisa da più parti, dalla fabbrica all’open space consulenziale, dall’azienda internazionale alla piccola realtà italiana.
Un modo per vivere e orientarsi nel mondo moderno, in costante mutamento.
Un ponte tra consapevolezza personale e trasformazione organizzativa.
Un approccio dove le persone non sono da gestire, ma da accompagnare, supportare, veder sbocciare, per il benessere loro e delle organizzazioni che le ospitano.
Talento, intuito, empowerment, leadership.
Parole che si riempiono di senso solo quando diventano esperienza incarnata.
Io oggi lavoro per portare tutto questo nelle organizzazioni che vogliono evolversi con consapevolezza.
Non con modelli imposti, ma con processi co-creati, che nascono nei dialoghi, nei gesti, nelle relazioni.
Perché autorealizzarsi non è un traguardo individuale.
È un movimento collettivo, una danza tra chi siamo, cosa portiamo, e cosa possiamo costruire insieme.
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