Ci sono storie che vengono raccontate solo quando tutto è finito.
La caduta.
La lezione.
Il successo.
Sono storie importanti.
Ma, forse, per come vivo il mio lavoro, la parte più preziosa rimane quasi sempre invisibile.
È il tempo che c’è in mezzo.
Quel tempo nel quale non sai ancora chi diventerai.
Non hai ancora capito se la direzione è quella giusta.
Non puoi ancora raccontare un lieto fine, perché semplicemente non esiste.
Puoi soltanto continuare a camminare.
Questa conversazione con Naomi, arrivata in Italia dal Camerun per ricostruire il proprio percorso professionale, avrebbe potuto essere un’intervista sulla carriera, sull’integrazione o sul lavoro.
Invece è diventata qualcos’altro.
Come spesso accade nelle conversazioni autentiche, il tema vero arriva quasi senza accorgersene.
Questa Field Note è diventata una riflessione su quel particolare tempo necessario affinché una persona possa ritrovare se stessa.
Non soltanto attraverso le risposte.
Attraverso le domande.
L’ascolto.
Il silenzio.
L’esperienza vissuta.
C’è un momento dell’intervista che continuo a ricordare.
Non tanto per quello che Naomi ha detto.
Per come lo ha detto credo.
Aveva davanti una strada ancora aperta.
Molte cose erano ancora da costruire.
Altre non sapeva ancora come sarebbero andate.
Eppure non ho percepito ansia.
Non ho percepito fretta.
Non ho percepito quella necessità di convincere me, o forse se stessa, che tutto sarebbe andato bene.
Ho ascoltato una qualcosa di diverso.
Una calma profonda.
Una fiducia silenziosa ma al tempo parlante.
Come se, dentro di lei, la direzione fosse già stata scelta.
Non il percorso.
La direzione con i valori a farle compagnia.
Può essere che il percorso cambi cento volte.
La direzione, invece, rimane.
Credo sia questa la sensazione che mi porto a casa da questo incontro.
Non tanto la storia di Naomi.
Quanto il modo, il coraggio, la maturità in cui la sta attraversando, e accogliendo.
Fra tutte le parole emerse durante il dialogo, una è rimasta con me più delle altre.
Riflessione.
Quando l’ha pronunciata ho percepito un’immensità, letteralmente un deserto ricco, come quelli che nascondono le oasi al loro interno.
Non una riflessione teorica.
Una riflessione vissuta, quasi in modo viscerale.
Una riflessione che non puoi più evitare, che nasce quando qualcosa non funziona più come prima.
Quando il mondo cambia improvvisamente direzione.
Quando i progetti si interrompono.
Quando ci si sente smarriti, persi come ha detto lei ad un certo punto.
Ci hanno insegnato a pensare che, dopo un momento difficile, si debba “imparare la lezione”. Vero Ma in questa storia ho raccolto qualcosa di diverso, forse di anteriore alla lezione.
Naomi mi ha letterlmente mostrato qualcosa di diverso.
Prima della lezione esiste uno spazio temporale.
Un tempo nel quale apparentemente non succede nulla.
Eppure sta succedendo tutto. Forse la profondità che sentivo sta lì.
Mentre ascoltavo Naomi continuavo a pensare alla parola fallimento.
Poi ho capito che non era quella giusta.
Lei non stava raccontando un fallimento.
Stava raccontando (e vivendo) un attraversamento.
Il fallimento sembra un punto di arrivo.
L’attraversamento, invece, è un movimento, che ci accompagna nell’adesso.
Uno spazio.
Un tempo.
Non descrive ciò che sei.
Descrive ciò che stai vivendo, ora.
Ed è proprio questo movimento che, secondo me, genera trasformazione.
Non perché il dolore insegni automaticamente qualcosa.
Ma perché, se scegliamo di non combatterlo, ci costringe ad ascoltare.
A rallentare.
A riflettere, ad accogliere, ad allargarci.
Ad avere il coraggio di essere onesti con noi stessi.
A riorientare il cammino.
Non è una scorciatoia.
È una pratica.
Ripetuta.
Quotidiana.
Incarnata.
Da tempo utilizzo questa parola:
Capacity.
Per molto tempo pensavo descrivesse semplicemente uno spazio interiore.
Oppure la capacità di reggere la complessità.
Oggi, grazie a Naomi, credo di comprenderla meglio.
La Capacity non è forza.
Non è controllo.
Non è resilienza.
È la qualità della relazione che una persona costruisce con ciò che ancora non conosce.
È riuscire ad abitare il tempo senza pretendere di accelerarlo.
Restando fedeli a una direzione anche quando la strada cambia continuamente forma.
Forse è proprio questo che ho visto negli occhi di Naomi.
Non sicurezza.
Fiducia.
Non quella ingenua che ci ripetiamo per convincerci che tutto andrà bene.
Quella molto più silenziosa che nasce quando sappiamo di non avere ancora tutte le risposte e, nonostante questo, continuiamo a camminare.
Credo che esista uno spazio che raccontiamo troppo poco.
Uno spazio in cui il nuovo non è ancora nato e il vecchio non ci appartiene più.
La sociologia parla di reflection in action.
La capacità di riflettere mentre una pratica è ancora in corso.
Non dopo.
Durante.
Forse è proprio questo il luogo che continuo a osservare.
Quel punto invisibile nel quale una persona si ascolta, accoglie la propria vulnerabilità e, lentamente, ricomincia a orientarsi.
Da fuori sembra che non stia succedendo nulla.
Dentro, invece, sta cambiando tutto.
In dosi microscopiche.
A un certo punto Naomi dice:
“Tra dieci anni me la riderò di tutto questo.”
Quando pronuncia questa frase sento che non sta parlando del futuro.
Sta descrivendo il rapporto che oggi ha costruito con se stessa.
E credo che sia questo ad avermi colpita più di ogni altra cosa.
Ripensando a questa intervista mi sono accorta di una cosa.
Forse non sto osservando il cambiamento.
Sto osservando il momento immediatamente precedente.
Quel punto quasi invisibile nel quale una persona decide di non scappare.
Di fermarsi.
Di riflettere.
Di restare.
Non è ancora successo nulla di visibile.
Eppure, in quello spazio, tutto ha già iniziato a cambiare.
Forse è proprio questo che continuo a cercare nei miei Quaderni di Campo.
Non il successo.
Non il talento.
Non la storia già conclusa.
Ma il momento in cui una persona entra davvero in relazione con se stessa.
Perché è lì, molto prima dei risultati, dei ruoli e delle organizzazioni, che nasce ogni trasformazione autentica.
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